Recensioni

Beetlejuice. C’è uno spirito che aleggia silente tra le vie di Winter River, un paese a noi così vicino, a noi così conosciuto. È una familiarità non solo restituita dalla sicurezza con cui questo sguardo lo attraversa, ma anche e soprattutto perché mondo già interiorizzato, già visitato nella sua forma cinematografica.
Quello che vola su Winter River è soprattutto lo sguardo del fantasma del passato di Tim Burton, ora pronto a ridare vita al suo presente. Già, perché il bio-esorcista Beetlejuice è stato sì richiamato nel mondo dei vivi per salvare una nuova generazione della famiglia Deetz, ma soprattutto per resuscitare la carriera stessa del suo creatore.
Aprendo addirittura la Mostra del cinema di Venezia, Beetlejuice Beetlejuice segna un ritorno in scena dopo 36 anni. Non si tratta di un comeback perfetto e privo di difetti, ma piuttosto di un ritorno che si realizza in un contesto di continue mutazioni: culturali, sociali, ma soprattutto generazionali. I ragazzi di ieri sono gli adulti di oggi, e i giovani di oggi non sono quelli di quasi quattro decenni fa. Si tratta di personalità più attente alle sensibilità altrui, ma anche vittime e carnefici di un’assuefazione totale ai dispositivi social che ci inglobano, ci ingoiano, ci alienano. È anche una generazione determinata, tosta, forse più pragmatica rispetto a quella precedente, ma comunque sognatrice: una e mille sfaccettature che Burton aveva pienamente colto e tradotto in linguaggio seriale già con Mercoledì, e che adesso ripropone nel mondo di Beetlejuice, attualizzando un discorso rimasto sospeso per anni, ora ripreso, aggiornato e recuperato. Questo processo permette allo stesso regista di riabbracciare uno stile personale, colorato, artigianale, poco influenzato dalla CGI e dalla digitalizzazione che negli ultimi anni hanno indebolito un modus operandi sempre più disneyano e meno burtoniano.
Ponte tra l’aldilà e l’al di qua, Beetlejuice Beetlejuice diventa ora un ulteriore punto di accesso tra passato e presente. Il passato, rappresentato dallo stile distintivo di Burton, e il presente, incarnato da un universo tecnologico in continua evoluzione. Questo è evidente nello sguardo in camera di Winona Ryder / Lydia Deetz all’inizio del film, che non è più una semplice rottura della quarta parete, ma diventa parte integrante di uno show televisivo sul soprannaturale, di cui lei stessa è presentatrice. Il mondo dei morti, non più soltanto un pauroso tabù per sguardi sensibili, entra di diritto nella cornice del piccolo schermo, diventando parte integrante di un intrattenimento costante. Una qualità televisiva che non solo si inserisce nel contesto cinematografico, ma lo insidia, lo sfida e, in alcuni casi, lo sovrasta. Mentre il vero incantesimo dilaniante, che risucchia anime costantemente distratte dal reale, non è solo incarnato dal personaggio di Delores, ma dai social stessi, da quegli smartphone di cui siamo diventati schiavi e che Burton denuncia in una delle scene già cult del suo cinema.
È una conversazione costante tra mondi diversi, Beetlejuice Beetlejuice. Una mescolanza di visioni, ricordi e sensazioni che unisce il cinema classico a quello personale di Burton, ora finalmente resuscitato. Così come resuscita Delores, un personaggio forse sacrificabile nell’economia del racconto, ma alquanto centrale dal punto di vista meta-cinematografico. Ricostruzione fisica di un corpo mutilato, il personaggio affidato a Monica Bellucci si fa collage di sprazzi differenti di iconografie prese in prestito dal cinema espressionista (La moglie di Frankestein), gotico-contemporaneo (Morticia Addams) e dell’opera di Burton stesso (Sally di Nightmare Before Christmas). Un gioco di ricucitura costante, evidenziato visivamente anche dai maglioncini indossati dal personaggio di Jenna Ortega, strappati e riuniti da toppe e cuciture imprecise. Un dettaglio che dimostra quanto nel mondo di Tim Burton nulla è lasciato al caso, ma simbolo riverberante di qualcos’altro, di un significato nascosto adatto agli occhi più attenti, alle anime più sensibili.
Nonostante le numerose linee narrative, alcune delle quali restano aperte, Beetlejuice Beetlejuice funziona perché richiama soprattutto quell’universo seminale che ha dato vita al primo film del 1988. Il cast originale ritorna con un Michael Keaton più scatenato che mai (anche se il politically correct ha edulcorato il linguaggio licenzioso del suo personaggio), una Winona Ryder materna eppure ancora eterea nel ruolo di Lydia, e una Catherine O’Hara che da sola sostiene il 75% del film. A queste vecchie conoscenze si aggiungono new entry, capaci di rafforzare una coesione di partenza già funzionante e divertente. Oltre a Justin Theroux, l’anello di congiunzione di questo rito di passaggio è Jenna Ortega nei panni di Astrid Deetz, la figlia insofferente e malinconica di Lydia. Grazie alla sua presenza, il contrasto generazionale iniziato nel precedente capitolo si reitera e si moltiplica, manifestandosi in un’incapacità di dialogo e in incomprensioni tra madre e figlia, sostenute ed enfatizzate da riprese che non riescono a contenere entrambe le figure femminili nello stesso quadro. Lydia e la figlia sono mondi lontani, che gravitano attorno a orbite distinte, separate da un montaggio che evidenzia la loro distanza.
Figlio di una generazione nostalgica e prodotto di un gusto malinconico, Beetlejuice Beetlejuice entra di diritto nella galleria dei sequel che caratterizzano gli ultimi anni del cinema contemporaneo. Ma cosa sono i sequel, se non richiami visivi di universi resuscitati da un passato sepolto, ma mai dimenticato? La musica di Danny Elfman, l’uso di animali e personaggi in plastilina, le inquadrature inclinate, una fotografia verde e spettrale, una macchina da presa dinamica e un montaggio ritmato fanno del film non solo il fantasma di un cinema che si credeva perduto, ma anche il corpo vivo di un mondo stilistico ora finalmente ritornato tra noi. Un patchwork visivo fatto di immagini in movimento, che nutre la fame bulimica di spettatori incapaci di fare a meno di quegli universi che li hanno sostenuti, cullati e segnati.
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