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Per chi non fosse stato sintonizzato negli ultimi anni, forniamo un piccolo riassunto che serva da inquadramento generale di Mythologies. L’autore, Thomas Bangalter, è niente di meno che la metà dei Daft Punk, duo fondamentale per la musica elettronica (ma non solo, avendo scritto alcune delle canzoni pop più ficcanti di sempre) scioltosi definitivamente un paio di anni fa. Un artista che, abbandonata qualche anno fa la carriera di dj e label manager, si è dedicato sempre di più al cinema componendo diverse colonne sonore eppure mantenendosi all’interno del medesimo spettro di fascinazioni elettroniche: Climax (2018), Irreversible (2002), Enter the Void (2009) e Riga (Take1) (2017).

La nuova prova si discosta da tutto questo, arrivando come la prima per orchestra del musicista francese. L’occasione è il balletto Mythologies, coreografato da Angelin Preljocaj la cui prima si è svolta a luglio dello scorso anno presso il Grand Théâtre de Bordeaux. Lo spettacolo, presentato come un’esplorazione dei rituali contemporanei e dei miti fondativi che plasmano l’immaginario collettivo dell’umanità, è stato accompagnato dal vivo dall’Orchestre National Bordeaux Aquitaine, diretta da Romain Dumas.

Messi da parte synth e sequencer, Bangalter si dedica alla cosiddetta “colta” ma i risultati non sono quelli sperati. La lunghissima suite di brani, tutti tematicamente legati al balletto, risultano spesso indistinguibili l’uno dall’altro. Dopo ripetuti ascolti, ci siamo chiesti come mai non ci fosse qualche parte a rimanere impressa, anche solo un brano che potesse stagliarsi sopra il resto e farsi ricordare. La spiegazione semplice potrebbe essere che Bangalter compone 23 pezzi che si faticano a distinguere e non lasciano quasi nulla all’ascoltatore. Si potrebbe chiudere qui il discorso e dire che Mythologies, non avesse avuto quel nome in copertina, non lo avremmo nemmeno ascoltato e non avremmo perso niente. Ma vogliamo provare a dare una spiegazione più articolata.

Il problema di avere a disposizione un’orchestra al completo per la propria musica è che è necessario conoscere molto bene le timbriche di ogni strumento, di ogni sezione per trarne il meglio in termini di colori e sfumature. Qui, l’impressione generale è che Bangalter assegni una linea melodica o una parte ai violini o agli ottoni in modo indifferente, come se l’aspetto squisitamente timbrico non fosse per niente o quasi al centro delle sue riflessioni. Prendiamo un esempio, Danae, il brano comincia con un tenuto degli archi che si appoggia su una serie di accordi degli ottoni per ottenere un effetto di attesa drammatica. Il problema è che le due timbriche delle sezioni sono usate più o meno nelle stesse altezze, impedendo a l’una e all’altra di emergere. Con gli ottoni in un registro più grave o gli archi in uno più acuto, l’effetto sarebbe stato più scenografico. Soprattutto quando entra il tema vero e proprio del brano, che continua a rimanere nello stesso registro non potendo così imporsi con la propria personalità.

Un altro limite della scrittura di Bangalter è la sua scarsa propensione per lo sviluppo dei temi musicali. Prendiamo per esempio Le Catch, un brano che dovrebbe parlare, appunto, di wrestling. Si apre con una linea di quello che sembra un corno, presto raddoppiato dagli archi in un dialogo a due dove sembra che le due voci continuino a ripetere costantemente sempre la stessa frase. Poi arriva un cambio di ritmo in cui i fiati si dedicano solo a una sottolineatura ritmica, mentre gli archi, i violini soprattutto, disegnano lo spazio armonico. E il brano si protrae su questa falsa riga per quattro minuti. L’impressione che se ne trae è che Bangalter abbia lavorato per accumulo di frammenti e variazioni nell’esposizione di un semplice tema musicale, ma non abbia mai sfruttato appieno il vantaggio di avere a che fare con un’orchestra intera: la possibilità di poter sviluppare il tema scelto in diverse direzioni, cambiando i ruoli delle sezioni, giocando in trio, quartetto o in duo. Tutto lo sviluppo del brano sembra essere semplice aggiunta o sottrazione di elementi timbrici su di un canovaccio che non si modifica mai.

Un appunto che si potrebbe fare a questa nostra critica potrebbe essere il fatto che non si tratta di una partitura che è fatta per stare in piedi da sé, ma è musica al servizio di una coreografia. Sotto questo aspetto, anche senza avere visto lo spettacolo, dobbiamo segnalare un limite che non sappiamo se è stata una eventuale richiesta esplicita del committente. Il punto è che tutti i brani, una volta stabilito un ritmo, non vi si discostano praticamente mai. Un fatto che può essere comodo per i ballerini, ma che ci lascia qualche dubbio sulla varietà anche delle opzioni che lascia agli interpreti. In generale, comunque, va detto che Mythologies non risulta necessariamente brutto, ma dopo averci ragionato sopra per settimane, ci domandiamo quale ne sia il senso. E archiviamo il disco come una sostanziale occasione mancata.

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