Recensioni

8.5
Il secondo album dei Daft Punk piove come un meteorite nel 2001, sparigliando le carte del panorama musicale internazionale dell’epoca. I fan del gruppo aspettavano un successore sulla falsa riga delle crudités house-rave dell’esordio Homework, e più di qualcuno aveva intuito che la direzione del duo avrebbe potuto virare verso il pop, in particolare dopo il singolo balearic-disco-pop Music Sounds Better With You dell’estate 1998 ad opera degli Stardust (supergruppo formato da Bangalter, Benjamin Diamond e Alan Braxe). Nessuno però avrebbe mai immaginato un distacco così netto dagli esordi.

In particolare la direzione presa da Guy-Man e Bangalter, trasformatisi definitivamente in robot il 9/9/99, modifica le associazioni negative del plastico/robotico (sintetico, falso, non autentico) e valorizza la sua aura utopica originale (plastica = materiale del futuro) con un’audace spinta verso sonorità pressoché dimenticate. Le fonti di Discovery sono infatti un tributo al milieu sonoro che va dal 1975 al 1985, il decennio che coincide con l’infanzia dei due musicisti, anni in cui assorbivano senza pregiudizi le hit del periodo. Le madeleine selezionate per l’occasione sono le chitarre metal plastificate dei Van Halen, le ritmiche soft-rock dell’Electric Light Orchestra, il soul sintetico dei 10cc, gli assoli degli Europe e i contrappunti a cappella à la Wendy Carlos (Aerodynamic è un’ode all’air guitar e al tapping dell’hard rock), l’omaggio ai synth Wurlitzer pomp-rock dei Supertramp nel bridge di Digital Love, la disco di Moroder nella coda prog di Superheroes, come pure il funky in Voyager, Michael Jackson in Too Long (con il featuring vocale del dichiarato maestro Romanthony), la musica barocca in Veridis Quo e il soul su Nightvision.

Oltre a questi rimandi estetico/sentimentali, c’è pure uno strettissimo legame con l’album d’esordio del 1997: la tecnica utilizzata per costruire le basi ritmiche del sophomore affina quanto già utilizzato in Homework; anche qui si campionano canzoni più o meno famose della cultura funk disco, per poi ripulirle con una dedizione maniacale alla ricerca del suono perfetto. Fra gli altri sono presenti taglia e cuci da Eddie Johns, Sisters Sledge, Edwin Birdsong, Barry Manilow, la già citata ELO, Alan Parsons Project, tutti gruppi che all’epoca erano considerati morti e defunti. La potenza dei Daft Punk sta nel resuscitarli e valorizzarli nell’ambito di una disco pop da lì in poi terreno fertile e ispirazione per moltissimi artisti (Madonna in Confessions on a Dance Floor nel 2005, il Kanye West di 808s & Heartbreak) e generi (l’EDM in primis e l’uso dell’autotune, iconico nell’opener One More Time dove modifica la voce di Romanthony).

Discovery è quindi un lavoro immenso dal punto di vista della scelta dei suoni e della ricostruzione del feeling anni Settanta attualizzato per il dancefloor del nuovo millennio (il titolo può essere anagrammato con “very disco” o di “y cover dis”, e non a caso un brano si intitola Veridis Quo). Il passato viene magistralmente trasfigurato nell’eternità pop, come solo i grandi classici riescono a fare, uscendo dal tempo. Due anni di lavoro nello studio casalingo di Bangalter generano una prova che esce da ogni definizione e farà storcere il naso a più di qualche critico, poi ricredutosi (epic fail, ad esempio, la recensione a caldo su Pitchfork, con un misero 6.4, in seguito ribaltata collocandolo al terzo posto degli album dell’intero decennio). La svolta pop – come già ricordato – non era attesa per un gruppo apparentemente allineato al binario della dance più giovanilista e à la page, infatuata per la cultura rave di fine millennio (Prodigy e Chemical Brothers). Discovery spiazza, in quanto è un lavoro “adult oriented” disco, un cambio di rotta proiettato verso il futuro e pensato ab ovo come punto di svolta. Da producer in fissa con la Chicago House, Guy-Man e Thomas diventano arrangiatori e autori di un ibrido fra cultura house, disco e r’n’b.

Se l’esordio era “rock”, in quanto aveva convogliato su sonorità rave una generazione fino ad allora impermeabile alla musica elettronica, Discovery è pop, grazie alla sua professione di fede incondizionata verso la forma canzone e un savoir faire personale da qui in poi eternamente riconoscibile. La decisione di proporre un prodotto sostanzialmente pop, scompone e ricompone le squadre messe in campo da Aphex Twin con l’epica Windowlicker (e relativo video), tagliando le frange avant ma tenendo tutta la polpa r’n’b, vedi le vocals di Face To Face, dove intervengono il produttore Todd Edwards (tornerà pure in Random Access Memories) e DJ Sneak, quest’ultimo personaggio di culto della garage house di Chicago, che scrive il testo di Digital Love, prima ballad dei Daft Punk.

Fra gli altri collaboratori vengono chiamati in causa anche Pedro Winter, manager e DJ della label Ed Banger – a quel tempo non ancora nata -, il designer di effetti speciali americano Tony Gardner, che costruisce gli iconici caschi robotici, e gli art director Cédric Hervet e Gildas Loaëc (patron della label Kitsuné). La squadra di professionisti diventa basilare per promuovere i robot non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello del marketing e dell’immaginario correlato. Discovery assume quindi un significato che va oltre la dimensione sonora e costruisce un mito – o se preferite una narrazione – basato sui robot, un gioco formale, una macchina perfetta che apre la porta al successo internazionale del gruppo e rappresenta un salto verso mondi nuovi e inesplorati: da qui in poi i Daft Punk si mostreranno sempre mascherati, mutando la percezione del pubblico nei loro confronti. Da raver a alieni, da comuni mortali a semi-divinità, e se vogliamo da vivi a morti, in quanto robot e non più umani (qualcuno in questa mossa apparentemente innocua ha visto l’inizio della fine del gruppo, che sarebbe stata annunciata vent’anni dopo, nel febbraio 2021).

Il lavoro è oltretutto uno dei primi album che propone il download di bonus track da internet: nella confezione viene inserita una card che consente di accedere al sito daftcard.com e scaricare una serie di remix degli stessi Daft Punk, raccolti nel successivo Daft Club (Virgin, 2003) insieme ad altri brani rivisitati da artisti come Neptunes e Basement Jaxx. Oltre all’esperimento web, Discovery sarà utilizzato in seguito come colonna sonora per il lungometraggio animato Interstella 5555: The 5tory of the 5ecret 5tar 5ystem diretto da Kazuhisa Takenouchi e supervisionato da Leiji Matsumoto, regista e mangaka giapponese noto per aver creato il personaggio di Capitan Harlock, idolo dei giovani Daft Punk. Il film – presentato nientemeno che al Festival di Cannes nel maggio del 2003 – narra le avventure dei Crescendolls, un gruppo synth pop, che viene rapito da Earl De Darkwood, cattivone e guru del marketing musicale major che ruba l’anima ai musicisti e li costringe a suonare solo con lo scopo di vendere più dischi possibile. Sarà un cavaliere/fan a liberare i quattro dall’incantesimo invocato dall’antagonista, ma per riuscire nel suo intento perderà la vita. Una favola tragica nella migliore tradizione nipponica, che si adatta alla perfezione a tutti i brani dell’album, anticipando la successiva carriera dei Daft Punk (al termine del film si intravede la piramide del live del Coachella 2006 e i due stessi Daft Punk partecipano a un premio musicale, come faranno nel 2008 e nel 2013 ai Grammy).

Il film rappresenta un sogno infantile, uno stato onirico al limite fra realtà e immaginazione, e sottolinea come Discovery sia una continua fonte di idee, una scoperta continua e un trampolino verso nuove esperienze in connessione con il mondo del cinema (Electroma) e dell’animazione (la colonna sonora di TRON: Legacy). Il secondo album dei Daft Punk è una meditazione sul rapporto tra uomo e macchina, sul contrasto fra tecnologia apparentemente distaccata e fredda e artigianalità più sanguigna e sudata, tra passato e futuro (della musica), tra dimensione pubblica e vita privata: tutte questioni che verranno esplorate a fondo nella seconda metà della carriera del gruppo. Classico senza tempo.

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