Recensioni

Atipico e sorprendente anche per un periodo in cui a innescare un revival può bastare veramente poco, il ritorno di popolarità dello shoegaze è una delle poche certezze acquisite di questi anni di musica “alternativa”. Anni in cui al comeback dei nomi storici (dal caso più “eccezionale” dei My Bloody Valentine a quelli più prolifici di Slowdive e Ride) e al gradimento mostrato dalle nuove generazioni, che hanno scoperto il genere grazie ai social o a internet, si somma un numero crescente di band che vanno ad aggiungersi alle già folte schiere del nu-gaze. Anche di band giovanissime, per età e formazione, come i Thistle.
Inglesi di Northampton – e attenzione a non confonderli con altri progetti musicali visto che si trovano almeno tre casi di omonimia facendo una semplice ricerca web –, nati come gruppo nel 2023, Cameron Godfrey, Judwyn Rushton e Lewis O’Grady, dopo aver esordito con alcuni singoli che potete ascoltare sul loro Bandcamp, pubblicano ora un EP di cinque canzoni: una sorta di semi-debut dal tono agrodolce e dal risultato – per adesso – abbastanza interlocutorio.
Diciamo per adesso perché la breve durata di questo lavoro rende rivedibile il giudizio: molto dipenderà da quello che i Thistle sapranno fare in futuro. It’s Nice to See You, Stranger lascia sensazioni miste, di déja vu, ma anche di un certo potenziale. La matrice è molto chiara. I My Bloody Valentine di Isn’t Anything – però quelli dei brani più frizzantini e pop-punk stile Feed Me With Your Kiss o Sueisfine – sono il referente più immediato. C’è anche voglia di andare al di là, di rielaborare quegli stilemi e di mescolarli a un certo spirito punk e lo-fi, a suoni grunge, emo, noise.
Se vogliamo puntualizzare (ma è meglio non eccedere: si corre il rischio di diventare superficiali perché troppo esigenti), anche questa un’idea non proprio inedita, introdotta già da gazers di seconda generazione (A Place to Bury Strangers, gli stessi DIIV) o da meteore che avevano abbozzato un’evoluzione simile già negli anni ’90 (ve li ricordate i My Vitriol?).
Questo pastiche postshoegaze dei Thistle funziona? Sì, a tratti anche molto bene in pezzi che appaiono già ben strutturati, vedi la title-track e Fleur Rouge, dove sfoderano riff e melodie altrettanto catchy e una discreta padronanza dell’arte di comporre (leggi: tutti i trick di un pezzo indie-rock corale e ben scritto). Altri brani sembrano ancora degli schizzi, hanno una certa aria di non finito, di appena abbozzato: Holy Hill per la surreale brevità, e la finale Wishing Coin, bella prova di ballad che però sembra fermarsi quando potrebbe ancora crescere.
Anche il momento più fulminante e in un certo senso memorabile di questo EP, quel cambio repentino con cui l’iniziale Cobble/Mud si trasforma da arrembante noisy pop in un curioso slow core, ci lascia in sospeso: dove andranno, e soprattutto dove vogliono andare? Se da queste idee e spunti nascerà un quadro più ampio e personale o di più ordinario – o se rimarrà questa la formula, tutta da interpretare –, lo vedremo meglio con il tempo e nel tempo: per ora c’è soprattutto la curiosità di sapere se e come si evolveranno. Di certo non ci accontentiamo (ma probabilmente nemmeno loro).
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