Recensioni

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Saranno stati i primi anni Duemila quando chi scrive lesse su una rivista il nostro Stefano Solventi (i lettori perdoneranno il carattere inter nos della cosa, ma è giusto dare a Cesare ciò che è di Cesare) porre la fatidica domanda: “Vi siete mai chiesti se arriverà mai un giorno in cui questa cosa chiamata rock’n’roll comincerà ad annoiarvi?”. Domanda legittima, a ben pensarci. Persa la sua centralità – come dicono i più avveduti – il rock ormai pare un simulacro poco originale e poco rappresentativo di quello che una volta era il suo referente principale, ovvero la gioventù. Da qui tutte le teorie retromaniache, tutte le considerazioni sul peso dell’originalità e del nuovo. Tutto giusto, tutto a posto, tutto sensato.

Poi però arriva un dischetto di un quartetto esordiente danese – The Youth si fa chiamare – e tutte queste considerazioni saltano per aria, e il revival, il passatismo, lo sguardo rivolto all’indietro paiono cose non solo belle, ma giuste. Dentro ci trovi l’r’n’b, i Kinks, il garage, i Troggs, tutto un mondo semplice di chitarre battenti e senza fronzoli, ritmi dritti, canti e controcanti, e il piede non smette di muoversi. Per carità, nessuna rivoluzione, nessuna rivelazione che scarnifichi il passato e lo faccia sembrare nuovo. Davvero, ai The Youth pare davvero importare poco. A loro sembra che i Sixties siano qui ed ora.

Sono tredici brani per poco più di mezz’ora che non vogliono convincere nessuno, non vogliono conquistare arruffianandosi l’ascoltatore: sono brani in cui il marchio del “se vi piacciono questi suoni amerete questo disco” è impresso con forza. Ballabili, a volte rabbiosi, a volte gioiosi, a volte entrambe le cose, i pezzi qui contenuti (dall’iniziale Come On ­– tra i migliori episodi, un garage-roll a rotta di collo, trascinante – al pub rock di Bubblegum, da About To Run in cui i danesi paiono i Black Lips migliori alla dolce, sconsolata, Baby I’m Back, che si direbbe vergata da Question Mark & The Mysterians) rappresentano un rimando continuo ad una nostalgia lievissima che trascolora nella gioia, nella fortuna, nella consapevolezza che no, il rock’n’roll, per quanto invecchiato, pare davvero non riuscire ancora ad annoiarci.

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