Recensioni

6.7

Tre anni fa, ai tempi del quarto album Combat Sports, i Vaccines si trovavano a un crocevia della propria carriera. Da una parte, la relativamente nuova scena indie-rock britannica del tempo (Goat Girl, Shame, Idles, Sorry) stava ridefinendo il concetto di indie-rock e virando verso suoni più ruvidi, ostici crocevia di punk e garage. Dall’altra, la serie di successi inanellati dalla band di Londra con gli album Come of Age prima e English Graffiti poi era la conferma che il suo stile anthem-rock, cucito per i palati dei lettori accaniti di NME, figurava bene nelle classifiche mondiali. L’anima originale del quintetto di Londra si stava lentamente affievolendo e, fatto da non sottovalutare, l’affezione verso sonorità d’oltreoceano si faceva sempre più presente. Alle sirene delle classifiche, in fin dei conti, è difficile resistere.

È in quest’ottica che bisogna leggere il nuovo album, Back in Love City, a tutti gli effetti l’album più distante dallo stile classico dei Vaccines. Il centro tematico è l’escapismo puro: un mondo (la Love City del titolo), liberamente ispirato a Blade Runner di Philip K. Dick, che però assomiglia di più a Fear City di Cowboy Beebop. Nato nella mente di Justin Young quando ha accettato uno scambio di casa con uno sconosciuto di Los Angeles («I literally swapped lives with a stranger. I lived in in house and drove his car while he lived in mine, but we’d never met and had no previous connections»), il mondo di Love City è un’iniezione di fluorescenza digitale in cui le emozioni sono in vendita e nessuno può mai restare solo. Si gioca tanto con il concetto di utopia, dunque, quanto con quello di distopia, perché siamo davvero sicuri che l’essere iper-connessi e accedere a tutto ciò di cui abbiamo bisogno sia la strada giusta per la felicità?

Figlio dei tempi, Back in Love City, è però un album estremamente feel good. Registrato con Daniel Ledinsky (Tove Lo, Zara Larsson, TV On The Radio, Rihanna), il lavoro è musicalmente ispirato alle atmosfere spaghetti western, al country-folk degli anni Sessanta e al surf-pop del decennio successivo. L’opener è lì a mettere le cose in chiaro: cassa dritta, chitarra alla Lee Hazlewood e Young che gioca a fare il crooner. I Vaccines di Back in Love City si presentano con un brano dance-pop che si ibrida bene tanto con esperimenti anni Zero come i Last Shadow Puppets, quanto con la tonalità esotica del Far West americano. Segue Alone Star, che con il suo piglio Big Beat mette in comunicazione Nancy Sinatra, gli Electric Six di Gay Bar e persino le Girls Aloud di Sound of the Underground. Una prominente sezione fiati non affatica troppo un brano la cui destinazione non può che essere quella delle chart radiofoniche. A proposito di hit radiofoniche, il primo singolo Headphones Baby è di quelli che si fa fatica a levarsi dalle orecchie. Anthem-pop che strizza l’occhio ai Coldplay altezza Mylo Xyloto, ma che mantiene un sound meno misterioso e, anzi, si sublima in un’esplosione di gioia al neon con tanto di crescendo finale in cui i ritornelli si accavallano. Musica usa e getta, si potrebbe dire. Ma funziona. Così come funzionano a loro modo Wanderlust e Paranormal Romance, la prima un flamenco-rock sincopato che sa di live dei Killers in una corrida, la seconda una cavalcata western in cui Ennio Morricone finalmente incontra la colonna sonora di Pulp Fiction.

Posta in posizione strategica a metà scaletta e scelta come singolo, la ballata El Paso è un’occasione per ricordare che il disco trasuda l’atmosfera in cui è stato registrato. La città del Texas, infatti, dà alla band lo spunto per le tinte esotiche dell’album, che emergono in particolare in questo brano in cui, in tono meditativo, Young strimpella una chitarra appartenuta a Elliot Smith. Il brano è forse uno dei meno memorabili, ma perlomeno contribuisce a condire le atmosfere western del disco. Meno in tema (ma molto Vaccines) è invece Jump Off The Top, un’altra energetica power-song surf-pop, che farà sorridere i fan dei Ramones. Un po’ fanciullesca, ma tutto sommato un onesto quinto singolo. L’album perde qualche colpo nella seconda metà e inizia un po’ a somigliare a un disco più tradizionalmente indie-rock. XTC e Bandit sembrano mandare indietro le lancette al tempo in cui la next big thing erano band come Interpol (la prima) e Franz Ferdinand (la seconda), mentre le chitarrine di People Republic of Desire e Savage sembrano flirtare con il songwriting di Alex Turner, ai tempi dei primi Arctic Monkeys. Il risultato sembra un compendio dell’indie-rock dei primi due decenni del Secolo, pensato e opportunamente banalizzato per le nuove generazioni. I brani funzionano, il concetto un po’ meno.

Abbandonato definitivamente il treno alternative, i Vaccines di Back in Love City conservano una sorprendente abilità nel creare tormentoni e hit radiofoniche, senza risultare eccessivamente furbacchioni. Metà di questo nuovo lavoro scivola piacevolmente con i suoi riferimenti country e le atmosfere western, l’altra metà si perde un po’ in un omaggio al glorioso passato indie-rock anni Zero. È inutile, però, cercare di nascondere che questi tredici brani infondono una certa allegria e, anzi, è curioso notare come il buon umore di Love City sia del tutto contagioso.

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