Recensioni

A legare i Vaccines e i Palma Violets non c’è solo la provenienza geografica (profondamente londinese), l’approccio che da alcuni dischi a questa parte li rende i principali interpreti del new-indie post-Libertines britannico, ma anche la constatazione che la genesi dei loro ultimi album (rispettivamente English Graffiti per i primi, Danger in The Club per i secondi) affonda le radici nelle parole, ancor prima che nella musica. Alla base di entrambi i lavori, insomma, c’è una dichiarazione preventiva che, se può sembrare un po’ il parafulmine delle inevitabili critiche che seguono la pubblicazione di un lavoro di una band dal passato ingombrante, quanto meno mette in chiaro i paradigmi di riferimento.

Partiamo dai Palma Violets di South London. In una recente intervista rilasciata a NME, il bassista Chilli Jesson ha dichiarato che la band ha scartato molto materiale dalle registrazioni di Danger In The Club perché “gli era sembrato di perdere elementi di giovinezza“. È interessante pensare che i secondi album del 90% degli artisti (a maggior ragione se sono dediti a questo tipo di indie-rock infiammante e dall’impatto immediato) sono concepiti come manifesti di “crescita”, serivirebbero insomma a dimostrare quanto la band sia maturata rispetto all’esordio. I Palma Violets remano contro, o almeno dicono di farlo. Vogliono continuare a sembrare estremamente, giovani, incazzati e pronti al peggio. Se, però, mettiamo sull’altro piatto della bilancia il sophomore del 2012 (e soprattutto l’ultimo English Graffiti) dei Vaccines, ci accorgiamo che la strada percorsa (e quella cercata) dalle due band è abbastanza dissimile.

I Palma Violets, forti del loro essere southenders fino al midollo, hanno voluto che Danger In The Club suonasse ancora molto sporco, molto vicino ai Clash dell’era London Calling, al garage anni ’70 suonato e, soprattutto, cantato in maniera corale, quasi da coro ultras. Testi ridotti all’osso (Hollywood (I Got It) contiene solo quattro versi), ma molti cori e infinita voglia di divertirsi (che bellezza il chorus: “Fresh Fish! I Got It”…), tanto punk rock essenziale – di quello che non ha bisogno di mediazioni, con riferimenti surf in salsa Ramones (Girl, You Couldn’t Do Much Better On The Beach) e blues macchiato di melodia alcolica, in riferimento (scontato) a Doherty e Barat (Danger In The Club, Coming Over To My Place). Alla fine dei 40 minuti di power-rock, rimane la potenza e la cura (cosa mai banale, quando si parla di punk-rock) degli arrangiamenti: a sostegno delle basi roots (basso, voci, chitarra e batteria) c’è sempre un tappeto di organo tremendamente East Coast, ma molto elegante.

Curioso notare come il secondo disco dei Palma Violets somigli vagamente al secondo disco dei Vaccines, targato 2012, laddove, però, dalla band di West London era lecito aspettarsi di più: infatti, oltre a sporadiche melodie incalzanti, attitudine teen e spensierata, nulla rimase. Il rischio che corrono i Palma Violets con Danger In The Club è altresì molto simile, anche se sembra che il quartetto abbia attributi più rettangolari dei cugini d’oltre Tamigi.

English Graffiti è anticipato dalla dichiarazione di voler fare un disco che “suoni meraviglioso l’anno prossimo e terribile fra 10 anni”. Anche qui, parole in controtendenza rispetto alla maggior parte degli artisti, che mirano all’eternità della loro musica. I Vaccines, a differenza dei Palma Violets, appaiono (di nuovo) cambiati e, sebbene ci sembri indiscutibile il fatto che “non essere più quelli di una volta” non equivalga a fare schifo (pensiamo pure a Highway 61 di Dylan o Adore degli Smashing Pumpkins), questa instabilità tematica non rassicura. Il quartetto guidato da Justin Young è passato dall’immediatezza post-indie degli esordi al punk-rock essenziale di Come Of Age, giungendo a questo English Graffiti con la voglia di fare un disco totale in stile Talking Heads, che suoni ricco eppure immediato, che non rientri nelle categorie di genere, che, per farla breve, suoni al posto giusto nel momento giusto.

È solo in questo modo che si possono spiegare le derive kitsch, i synth, le pomposità da stadio gremito: i referenti diretti sono i Pink Floyd suonati dai Muse o i Maroon 5 in spolvero vagamente rock n roll. Non proprio un bel biglietto da visita. Questo vale quanto meno per la stragrande maggioranza dei brani: Dream Lover che, con i suoi accordi prolungati, se va bene, ricorda i Black Keys; Minimal Affection che, a occhi chiusi, è un brano dei Muse cantato dagli Hot Chip; (All Afternoon) In Love, che è la ballad da Great Gig In The Sky del disco; Give Me A Sign, il brano tira baci dell’album, è senz’altro scritto su ispirazione degli One Direction (o dei Coldplay?). C’è qualche residuo d’anima, da qualche parte (Radio Bikini, 20/20), in cui, fra accordi punk e mal celata immediatezza, si potrebbero citare i Jam o i Teenage Fanclub, ma è veramente poca cosa per le legittime aspettative di critica e pubblico.

Alla base delle affinità fra i due dischi sopra analizzati c’è una radice comune che, forse ingenuamente, si è presupposto potesse essere quella delle svariate derive dell’indie-rock (e quello britannico ne rappresenta forse la punta di diamante) nell’era del post-Libertines. Tutto questo, dando per scontato che ancora, da qualche parte, si senta l’esigenza di portare avanti il genere nella sua forma originaria. Alla base delle affinità, dunque, abbiamo constatato divergenze: i Palma Violets, forse un po’ anacronisticamente ma certamente in maniera efficace, intenti a rappresentare la gioventù infiammata dei garage a sud di Londra; i Vaccines, d’altra parte, a sintonizzarsi con un genere (o forse sarebbe meglio dire non-genere) che non li rappresenta affatto, persi in mille (passateci il termine) fighetterie dal dubbio valore. Ad ogni modo, entrambe le band paiono avere la strada ben segnata avanti e indietro e, possiamo dire che da qui si può solo migliorare.

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