Recensioni

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Personalmente, i Pretenders li ho ritrovati la scorsa estate. Così, di botto, dopo anni che non ci pensavo più, dopo parecchi (troppi) dischi saltati per mancanza di tempo e forse pure curiosità. Roma, Circo Massimo, 8 luglio. Siccome la venue tutto è meno che adatta ai concerti rock, la performance – se non hai acquistato il golden circle – puoi al massimo intuirla dai megaschermi disseminati sul prato, e così a un tratto ecco materializzarsi sui monitor l’inconfondibile volto (non più scevro da solchi) di Chrissie Hynde. Già, la sua band stava aprendo per i Guns N’ Roses e io l’ho appreso in quel momento (inizio a essere vecchietto e non mi preoccupo più di sapere tutto in anticipo).

Dei Pretenders originari ovviamente oggi resta poco: la frontwoman, ok, e poi il batterista Martin Chambers. Stop. Tuttavia non banale è la presenza del chitarrista James Walbourne, ultimo ad aggregarsi alla lineup, nel 2008, e oggi parte attiva nella scrittura dei brani insieme alla stessa Hynde. Anzi è lui a ispirare la leader, che comunque ci mette sempre l’ultima parola, e ci mancherebbe: «Se ne esce sempre con qualcosa a cui non avrei mai pensato – ha spiegato lei a proposito del sodale – e io adoro le sorprese».

Curioso anche il modus operandi, lo smart working pure adesso che la pandemia è finita. Che poi, a ben vedere, loro operavano così anche prima che il lavoro da remoto diventasse necessità per buona parte dei forzati da lockdown: «Avevamo sviluppato questo metodo in passato e abbiamo continuato a farlo per questo disco. L’abbiamo affinato fino a farlo diventare un’arte». Se ciò aumenti o no la produttività è tuttora argomento di dibattito, quel che è certo è che Let The Sun Come In, primo, irresistibile assaggio delle nuove session condiviso circa tre mesi fa, riporta dritti a quando lavoro intelligente sarebbe stato un neologismo senza senso, cioè agli anni d’oro dei Pretenders, i primi 80s (anche se poi quella che oggi è probabilmente la loro canzone più famosa, I’ll Stand By You, arriverà a metà decennio successivo). Ritrovarli così, o quasi, fa bene all’anima.

Nella Capitale la formazione anglo-statunitense aveva presentato un altro brano presente su Relentless, piazzandolo in apertura di esibizione: l’adrenalinica Losing My Sense Of Taste che naturalmente apre pure il disco. All’inizio sembrava zavorra ma dopo un altro paio d’ascolti finisci per allacciartela addosso come uno zaino salvavita. Infatti non ci vuole molto a cogliere che questa dodicesima fatica è almeno un gradino superiore alla precedente, il che è un’ottima notizia per una band che rimanda ancora una volta l’impegno di scriversi l’epitaffio.

L’apporto di Walbourne è aria fresca, si coglieva anche in Hate On Sale (che chiaramente nel frattempo ho recuperato), ed è vieppiù rintracciabile nel riff hard & heavy di Domestic Silence, brano nel quale la vocalist si cala come una blueswoman navigata, come alticcia e cantando con piglio strascicato e sensuale, benché energico, deciso. Come si dice, ha le palle quadrate la Chrissie, un uomo nel corpo di una donna, ma in quell’uomo c’è un’altra donna e così via. La versatilità, altra sua dote sviscerata per la milionesima volta in A Love, fiera piéce a metà tra Springsteen, Ramones e primissimi R.E.M.; e corpo di mille balene, mi si fulmini se il riff della summenzionata Let The Sun Come In non ricorda il chitarrismo di Peter Buck (dai, sì: Shiny Happy People).

Maestri, compagni di viaggio ma anche epigoni. The Promise Of Love fa quasi il verso a una Adele, ma insegnandole come si scrive una canzone. Merry Widow per parte sua è fatale, ineluttabile, cresce alla distanza e nell’avanzare sbraca tutto ciò che incontra: miglior brano del lotto, per chi scrive. Un pizzico meglio della penultima traccia in scaletta, Vainglorious che pare scritta da una band di ventenni in cerca di un contratto da Richie Finestra a metà degli anni ’70. E indovinate chi s’incontra in chiusura? Jonny Greenwood, che si è gentilmente concesso per dirigere gli archi nella conclusiva I Think About You Daily. Ancora non si sa se davvero i Radiohead accetteranno di lavorare con Robbie Williams, di certo Greenwood-Pretenders è un connubio azzeccato, altroché.

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