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Loro vengono da Halifax, cittadina a metà strada tra Manchester e Leeds: l’Inghilterra del Nord, quella profonda, che – ci dicono – votò a favore della Brexit e forse ora se ne sta pentendo. Gli Orielles, però, in Europa, nel mondo, hanno sempre voluto starci. E se anche la Terra si rivelasse troppo meschina e provinciale per i loro sogni di gloria, fuggirebbero volentieri alla volta della dimensione celeste: «È un album di fuga. Se andassi nello spazio probabilmente non tornerei indietro», ha dichiarato la vocalist e bassista Esme Dee Hand-Halford.

L’etichetta di nuovi Cardigans è lì ad attenderli, puntuale come l’inviato di un TG nella zona di una catastrofe, ma non è detto che sia un male. La fascinazione 70s (ma non solo) presente nelle arie di questi tre sbarbatelli del West Yorkshire è più che evidente, ma ascoltandoli sembra più di stare nei Novanta, quando gusto ed estetica risalenti a vent’anni prima venivano rimasticati per la prima volta in modo così esplicito, in ossequio al dominante verbo del meltin’ pot. E allora viene naturale accostare gli Orielles non solo alla succitata band svedese guidata da Nina Persson, ma anche – per dire – ai dEUS degli esordi o, perchè no, ai Jamiroquai. Senza dimenticare la realtà indipendente britannica coagulatasi, nella seconda metà degli anni ’80, attorno alla cosiddetta scena C86.

Ma se gli alieni captassero per errore i loro segnali musicali, sarebbero loro a non rimandarceli più indietro. A due anni dall’esordio in studio Silver Dollar Moment, i quattro inglesini ribadiscono il concetto con un album dalle marcate stigmate twee pop che è già un piccolo classico di questo primo scorcio di 2020, a partire dai due singoli di lancio, le tracce di apertura e chiusura del lavoro: Come Down On Jupiter, che ha tutte le carte per diventare il singolo dell’anno, e Space Samba, cosmica e danzereccia. La prima, dai decisi sapori disco/funk anni Settanta accentuati da continui e repentini cambi di ritmo e registro; la seconda, eventualmente perfetta come sigla di apertura di un’ipotetica riedizione odierna di programmi come Grand Prix o Domenica Sprint, sulle orme di Azymuth e affini. In mezzo, c’è un mondo che si muove tra aneliti space (il titolo del disco, in effetti, tradotto dallo spagnolo significa “disco volante”, anche se in senso di freesbe) lungo orbite dettate da pedali wah-wah di zappiana memoria (Rapid i), fluttuazioni in quota Chic (Bobbi’s Second World) e rivendicazioni jangle pop (A Material Mistake).

Non liquidiamo però il tutto come pleonastica retromania. C’è farina buona nel sacco di questi sbarazzini ragazzotti capaci di forgiare gioiellini psych pop come Whilst The Flowers Look e The Square Eyed Pack. Ammesso che quel magma composito che chiamiamo rock abbia un futuro a lungo termine, e a sentire gli Orielles c’è da essere fiduciosi, verrà il giorno in cui potrebbero essere loro ad assurgere a pietra di paragone per le generazioni a venire.

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