Recensioni

7.2

Il decimo album dei National è arrivato all’improvviso, è stato annunciato qualche giorno prima della sua uscita, durante un concerto. Eppure, i brani di Laugh Track appartengono alle stesse sessioni di First Two Pages Of Frankenstein, pubblicato cinque mesi prima. La band ne aveva scritti venticinque; undici erano stati selezionati per il disco. Gli scarti sarebbero potuti rimanere nel cassetto, ma, dopo aver vissuto una dura crisi ed essersi resi conto di aver cominciato una “nuova era”, i National hanno deciso di far uscire quasi tutto quello che hanno registrato. Il perché è, con molta probabilità, nascosto tra i versi della title track: “Maybe this is just the funniest version of us that we’ve ever been”.

Se dal punto di vista sonoro il discorso è lo stesso del precedente album, a rendere i brani di Laugh Track interessanti è proprio questa sensazione di libertà e immediatezza. Caratteristiche che li fanno avvicinare ancora di più al periodo di Alligator e li rendono più di un semplice contorno. Non può esserlo Alphabet City, che apre le danze: duecentoventiquattro secondi di tensione cangiante in cui imperversano scariche di batteria, archi sinuosi ed elettronica bruente. Non lo sono nemmeno le canzoni impreziosite dagli ospiti, come la già conosciuta Weird Goodbyes con Bon Iver, l’ode alla vulnerabilità di Crumble con Rosanne CashLaugh Track con Phoebe Bridgers.

I cinquantanove minuti dell’album scorrono via struggenti ed emozionanti, con i doverosi picchi di grazia, come il mosaico di atmosfere in Deep End (Paul’s In Pieces), l’oscurità di Dreaming e l’energia brulicante di Space Invader. Sempre seguendo la spontaneità e il divertimento, a chiudere la tracklist c’è Smoke Detector, in cui i National si prendono tutto il tempo – più di sette minuti – per elaborare variazioni su tema. È un caotico fluire di sentimenti, un flusso di coscienza di chi sopravvive a un diluvio universale o, come l’ha definita Matt Berninger, un epitaffio che “alla fine brucia tutto”.

Con un disco che svela nel finale una delle vette artistiche della band, i National dimostrano di aver accostato a un’ispirazione logorroica quella luce che ti balena repentina nello sguardo quando ti riconosci. Per carità, continui a portarti dentro i tuoi demoni e fare i conti con le tue ombre, ma almeno sai che, dopo la tempesta, sei ancora in piedi.

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