The National
The National, foto per la stampa (2022)

National: “Il nuovo album sarà essenziale ed emotivo”. La nostra intervista

Nel documentario Mistaken for Strangers del 2013 ci sono filmati che ritraggono i National durante i loro primissimi concerti. Pochi frame dove la grinta di quattro giovani musicisti fa quasi da contraltare al cantante, aggrappato al microfono con una birra in mano e gli occhi chiusi. A intervallare queste scene la voce baritonale di Matt Berninger, che parla di come fosse umiliante suonare davanti a poche persone e quanto lui e i suoi compagni di band conservino un po’ di quella sana sensazione di sorpresa durante festival e concerti con migliaia di facce sotto il palco. Probabilmente, questa percezione sarà la stessa che i National proveranno il 21 giugno a La Prima Estate, l’evento che per cinque giorni al lido di Camaiore metterà insieme concerti, mare e varie attività. Abbiamo parlato con il bassista Scott Devendorf di questo festival, del nuovo album e dei quindici anni di Boxer.

Partiamo dal futuro. Il quintetto statunitense ha preannunciato che le nuove canzoni avranno un sound «classico, ma molto energico» e non c’è migliore occasione per averne conferma. Devendorf annuisce e spiega che pensa di aver migliorato con il suo gruppo il processo di gestazione degli album: «Non cerchiamo più di buttar giù un migliaio di brani, ma ci concentriamo su dieci, dodici canzoni. Sono piuttosto elementari, ovviamente la produzione è meticolosa e sono presenti gli archi, ma, se in passato cercavamo sempre di aggiungere elementi, questa volta siamo rimasti ancorati all’essenza sonora. Per noi, e spero sia così anche per chi lo ascolterà, è un album che suona diverso, nuovo, ma che conserva l’emotività che abbiamo sempre infuso nei nostri brani». Nel frattempo, stiamo avendo un assaggio di alcuni inediti nei concerti in cui la band è impegnata in Europa.

Le circostanze permettono di sfruttare questa chiacchierata anche per celebrare ricorrenze importanti: sono passati ben quindici anni dall’uscita di Boxer, il quarto disco in studio dei National che ha conquistato critica e pubblico grazie a brani come Fake Empire, Mistaken for Strangers e Racing Like a Pro. «Era un periodo molto diverso da questo presente per la band – racconta il bassista – C’era molto divertimento, ma anche tanta pressione perché eravamo reduci da Alligator, il nostro esordio per la Beggars. Ricordo il senso di “familiarità” che si respirava quando stavamo lavorando al disco. Per metà l’abbiamo costruito in casa, vivevamo tutti assieme, provavamo di continuo. Quando eravamo quasi alla fine siamo entrati in un circolo vizioso di dubbi legati perlopiù al non volerci ripetere, sia sul fronte sonoro sia su quello testuale. Lavoravamo verso per verso, a volte parola per parola. Diciamo che è stato divertente, emozionante, ma anche frustrante e depressivo!».

Eppure, di acqua sotto i ponti ne è passata. Lo dimostra la collaborazione con Taylor Swift, a cui lo stesso Devendorf non avrebbe creduto dieci anni fa. Però, come il musicista aggiunge, mondi diversi che si incontrano possono far ricredere tutti, in fondo: «Lei è un’artista indie per certi versi. Scrive le sue canzoni, ha una sua etica e le beghe con la sua casa discografica dimostrano quest’attitudine indipendente». Non solo collaborazioni inaspettate, ma anche tributi sinceri alla Summer of Love, come dimostra Day of the Dead, la compilation a scopo benefico prodotta da Aaron Dessner e co-prodotta da Bryce Dessner e Josh Kaufman che omaggia i Grateful Dead, una delle passioni comuni dei National – e, allo stesso tempo, fonte d’ispirazione per attitudine ed etica del lavoro – che li ha trasformati in session men al lavoro sugli strumentali da far cantare ad amici e colleghi.

Cinque anni fa Berninger cantava che «il sistema sogna solo nell’oscurità totale», il verso di Sleep Well Beast era figlio di un clima politico pesante dovuto alle elezioni presidenziali statunitensi vinte da Trump e caratterizzato dal supporto dei National prima per Obama e poi per Clinton. Devendorf precisa che il quintetto, pur non essendo mai stato un gruppo politico nel senso tradizionale del termine, è composto da individui che hanno sempre avuto a cuore alcune cause – la più recente è quella volta a proteggere il diritto di aborto negli Stati Uniti – e che la loro terra è sempre stata complicata, ma negli ultimi cinque anni – i conti tornano – le cose sono «sfortunatamente» peggiorate. Anche per questo motivo, non ci sono dubbi: «Siamo grandi sostenitori dell’indipendenza delle persone».

Tornando sui palchi, ai National toccherà aprire La Prima Estate e il bassista trova l’originale formula del festival molto appropriata per le bellezze del nostro paese, dicendosi dispiaciuto di non poter assistere al live dei Duran Duran in cartellone il giorno successivo. Questa osservazione da fan sposta l’attenzione su com’è cambiato negli anni l’approccio ai live della band: Devendorf parla ovviamente di produzioni diventate più grandi e numerose nel tempo, ma anche di come avere una famiglia abbia cambiato le abitudini dei National in tour.

Però, la cosa più importante per il musicista è «l’essere migliorati nella performance e nel rendere i concerti più coinvolgenti». Va da sé che l’amicizia alla base del gruppo e dello staff rimane il segreto che permette di affrontare momenti emozionanti e gratificanti, così come periodi difficili e tesi. Che si trovino ad affrontare i primi o gli ultimi, i National e la loro carriera pluridecennale possono essere sintetizzati in una frase di Scott Devendorf che suona più come una dichiarazione d’intenti: «Non vogliamo fare musica insignificante, ma qualcosa che crei un legame emotivo in primis tra noi della band e poi con chi ascolta e viene ai nostri concerti».

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare