Recensioni

Le prime due pagine di Frankenstein sono parte di una lettera dell’esploratore Robert Walton in cui ricorrono spesso parole come “fallimento” e “grande impresa”. Esplorare l’inesplorato e dare corpo a un’ambizione smisurata sono gli obiettivi di Walton, che a un certo punto chiede alla destinataria della lettera: “Capisci questo sentimento?”. Di domande nel nuovo album dei National ce ne sono cinquantatré e, probabilmente, scegliere di intitolarlo First Two Pages of Frankenstein ha a che vedere proprio con il processo che dal fallimento porta alla grande impresa.
Matt Berninger ha affermato che ci sono sempre state tensioni durante la realizzazione di un album, ma “questa è stata la prima volta in cui ci è sembrato che le cose fossero davvero arrivate alla fine”. Chiude il cerchio Bryce Dessner che parla di una “nuova era” per la band. In effetti, First Two Pages of Frankenstein aggiorna il sound di alcuni album ispirati come Trouble Will Find Me e Sleep Well Beast (Eucalyptus), così come di quel diamante grezzo che era Alligator (se togliamo l’elettronica di fondo in New Order T-Shirt).
I primi venti secondi dell’iniziale Once Upon A Poolside, impreziosita dalla presenza di Sufjan Stevens, sono sufficienti per lasciarsi avvolgere in un minimalismo potente e disarmante che vede la voce di un Matt Berninger, liberatosi da un potente blocco dello scrittore, in forma smagliante. Il cantante ne ha parlato con Hanuman Welch su Apple Music 1 confessando: “Per molto tempo non volevo nemmeno scrivere o pensare a me stesso e mia moglie mi ripeteva, nel corso di quel lungo periodo, che ‘questa è solo una fase. Non sei veramente tu’”.
Nel bel mezzo di questa crisi, Berninger ha aperto due pagine a caso del romanzo di Mary Shelley che sono diventate uno specchio dove riflettere la propria condizione: “È stato il mio modo di scrivere sulla mia incapacità di scrivere, credo”. Il riferimento è al brano Your Mind Is Not Your Friend, uno dei punti più alti e intensi dell’album, garantito dalla voce di Phoebe Bridgers che per Berninger “è un abbraccio così tenero e caloroso che ha aggiunto quella sorta di dimensione, fondamentale per far funzionare la canzone”.
First Two Pages of Frankenstein è, quindi, un racconto sincero di vita vissuta; un ritratto che scava nel sound della band fino a restituire rughe, cicatrici, occhiaie e iridi vivaci. Restituisce i National più energici, come quelli di Tropic Morning News, e quelli più contemplativi, come in Alien. Ma nel flusso dei brani, la perla è nascosta nei meandri della seconda parte: The Alcott con Taylor Swift è sublime, soprattutto quando le voci si intrecciano come avevamo ascoltato in This Is The Last Time con St Vincent. In Grease In Your Hair e Ice Machines sono le ritmiche a caricarsi sulle spalle la riuscita dei brani.
“È un album che suona diverso, nuovo, ma che conserva l’emotività che abbiamo sempre infuso nei nostri brani” ci raccontava l’anno scorso il bassista Scott Devendorf e le sue parole rappresentano un’ottima descrizione del nono disco in studio della band. Forse il Telegraph ha esagerato titolando il suo articolo “Come i National sono diventati la band più influente al mondo”, ma, ad ogni modo: più compatto e intrigante dello scorso I Am Easy to Find, meno brillante dei sopracitati album del 2013 e del 2017, First Two Pages of Frankenstein ti conquista ascolto dopo ascolto e dissemina poesia quando meno te lo aspetti. Come verso la fine quando ti imbatti in parole affilate come lame: “Sei come un bambino/Ti ribellerai di nuovo/Non capisci?”.
In fondo, il nuovo album dei National è un romanzo sulla necessità di comprensione: i nostri mostri, il peso dell’ambizione, i nostri abissi, le nostre paure ci sembrano più sopportabili quando ci sentiamo capiti, quando ci sforziamo di capire noi stessi attraverso le nostre debolezze.
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