Recensioni

Spoiler: i Murder Capital ce l’hanno fatta. Il terzo album risponde in pieno alle aspettative, e per molti versi le supera, ragion per cui se ancora non lo aveste fatto tanto vale metterli sullo stesso scaffale (e sullo stesso piano) degli altri due nomi di punta del post-punk from Dublino, vale a dire i Gilla Band e chiaramente i Fontaines DC. Non è il caso di stilare classifiche di importanza e gradimento, del resto le peculiarità sono evidenti e rendono difficile abbozzare paragoni tra queste band, ma alla luce dei rispettivi ultimi lavori direi che gli MC – coadiuvati dal produttore John Congleton, confermato dopo il buon lavoro svolto con Gigi’s Recovery – si collocano in un territorio più canonico, segnatamente chitarroso ma disposto ad accogliere una certa vena cantautorale, con esiti però – come vedremo – tutt’altro che scontati.
Intanto, diciamo dei testi di McGovern: febbricitanti e visionari, ma orientati con decisione verso le varie forme dell’impasse emotiva ed esistenziale di quest’epoca che deve rinegoziare la grammatica di base dei sentimenti, della comunicazione, del senso di sé nel mondo. Il titolo dell’album si riferisce a una generica cecità che, come nel formidabile romanzo di Saramago, è allegoria paradossale, stante la visibilità assoluta di più o meno tutto, di questa realtà estroflessa, esposta fino all’osceno. Ed ecco che le undici canzoni in scaletta sembrano squarci crudi su situazioni disarticolate, atti mancati emotivi, ingranaggi che non s’incastrano e perciò inceppano i meccanismi affettivi, relazionali e politici. Il tutto consumato col cuore in fibrillazione, sul filo di un’angoscia gassosa che aleggia tra rabbia e abbandono, incendiandosi e disperdendosi, brusca e crepuscolare.
Moonshot apre le danze all’insegna della nevrastenia, carburata dall’impeto aggressivo e tagliente delle chitarre, azzeccando un contrasto intrigante tra i frame allucinati del testo e il piglio trattenuto (quasi ottuso) del canto. Schema che si ripeterà in The Fall, vorticante e tumultuosa, le chitarre come lame circolari e una mestizia di fondo che ribolle a onde grondando furia (emblematico l’incipit: “Without an escape/I’ll send myself spare”). Due pezzi che con la loro quadratura asciutta e sferzante lasciano emergere tutta la qualità dei Murder Capital, una delle poche band capaci di padroneggiare grandi quantità di energia comprimendola in tre minuti densissimi, mantenendo il controllo di una narrazione densa e frastagliata, che sembra sempre sul punto di deragliare ma – è questa la chiave – riesce in qualche modo a rimanere in pista. Pensateci: non somiglia un po’ a quelle che sono o stanno diventando le nostre vite?
Insomma, piglio energico, sì, ma modulato a dovere, come accade in quella Death Of A Giant – dedicata alla memoria di Shane McGowan – che rotola in modalità up tempo ovvero sparata come un proiettile in sella alla sorprendente vena math-rock delle chitarre, conservando tuttavia un retrogusto inevitabilmente indolenzito. Oppure si prenda Can’t Pretend To Know che sembra quasi scivolare su un piano inclinato carburata da un magma di chitarre, mentre l’invettiva laconica del canto innesca evidenti parallelismi con le evoluzioni impellenti del concittadino Grian Chatten. Detto poi di una Words Lost Meaning il cui lirismo ad alto tasso emotivo e le chitarre incandescenti fanno pensare a dei National più spigolosi e disposti a tuffarsi nel vuoto (“Hours devoured under loveless ceilings/Something got the better of me”), il resto del programma mette in mostra aspetti della band non inediti però mai usciti allo scoperto con tanta convinzione.
Mi riferisco in particolare a tre momenti più riflessivi, costruiti giocando col cambio in folle e premendo sul freno. Vedi il caso di Born Into The Fight col suo fraseggio minimale di tastiera a imbastire un chiaroscuro Radiohead (altezza circa In Rainbows), la tensione che cova insidiosa fino a deflagrare noise nel chorus, senza però consentire alla furia di soverchiare del tutto il malanimo. Oppure si prenda Love Of Country, ballata al tempo stesso asciutta e accorata, le chitarre che tentano di spremere morbidezza dalla ruggine, il canto al solito laconico, innervato di un’irrequietezza che non demorde anzi morde ai fianchi. O infine si consideri Trailing A Wing, la sua malinconia infestata di fervore obliquo (“I watched you dance/A human hurricane/Yeah when you dance/I become a letter sender”), le chitarre scabre e angolose, sempre sul filo del disequilibrio.
Canzoni che mentre indicano una via folk con marezzature soul, al tempo stesso rimarcano la refrattarietà (l’inadeguatezza?) dei cinque dublinesi rispetto a queste corde. Manca cioè in loro la capacità e forse anche la volontà di sconfinare in territorio soul come ad esempio potrebbe un Damon Albarn (con quel suo caratteristico timbro stropicciato/stratificato), il che avrebbe reso questi pezzi più densi, caldi e in qualche modo rassicuranti. Difficile stabilire se si tratti di un limite o di una scelta espressiva consapevole, fatto è che questa grossolanità di fondo, questa ruvidezza irriducibile delle forme, suggerisce una slogatura, una mancanza ingombrante, come se la canzone stessa fosse costantemente sul punto di collassare, di farsi ingoiare dal vuoto che cova nel centro dell’anima. Un aspetto peculiare, certo, ma forse anche generazionale.
Detto questo, vanno messi a referto episodi più interlocutori ma niente affatto trascurabili, come la cartilaginosa Swallow, immersa in una cortina di sampler e fraseggi pastello di tastiera, con la melodia che scioglie nodi sentimentali ambigui (“I need you to go/So you don’t swallow me whole”) mentre le chitarre stemperano con delicatezza angosce striscianti. Oppure come A Distant Life, dall’estro fragrante e agrodolce quasi Franz Ferdinand che nel ritornello svolta addirittura in territorio Strokes, portatrice sana di versi memorabili nella loro semplicità (come: “A distant love/Is worth its weight in pain”). Infine, trovo affascinante una That Feeling con le sue rarefazioni sinistre, le sue chitarre come cartigli traslucidi che montano a ondate fino a surriscaldare in un post-punk dritto ed emotivamente carico (“Then a whip cracked off your smile/And I noticed that you were waiting for me”).
In conclusione, album ispirato e a fuoco, nel quale comunque avverti le scorie di un’elaborazione problematica, sofferta, perché frutto più di contrasti che di armonie, di lacune che diventano linguaggio. E proprio in ragione di ciò è un disco vivo, fragrante, figlio del periodo storto e ostile in cui ha preso vita, riflesso della deriva opaca e tempestosa che, mentre ci abbaglia, ci rende ciechi. Ci vuole ciechi.
Amazon
