Recensioni

Se la “huskerduizzazione” del precedente Open Your Heart aveva raccolto consensi un po’ ovunque per capacità compilative e profusione d’energia, quello che, come osserva un insolitamente lucido Pitchfork, influisce su New Moon è un procedimento non alieno alle sfere dell’indie “grunge” oriented. Ossia, la progressiva svolta alla Crazy Horse che qua e là emerge ed è emersa praticamente in moltissimi esponenti della stessa area musicale, storici e meno, pian piano ripiegati sulla ricerca delle origini e di un suono “americano” nel senso più stretto del termine.
Un male? Una fortuna? Di sicuro chi come noi li aveva scoperti col precedente (già ponte tra l’aggressività di Leave Home e qualcosa di più articolato in via di definizione) si troverà spiazzato tra chitarre acustiche, mandolini, armoniche e singalong, ma a scavare nel profondo un paio di avvisaglie c’erano già state. L’abbandono del bassista Chris Hansell aveva già dato lo spunto al chitarrista Mark Perro per parlare dei The Men come“definitivamente un’altra band”, così che l’allargamento a quintetto (Kevin Faulkner alla lap steel e il produttore Ben Greenberg al basso sono le new entry) suona naturale; poi pezzi come Candy o Country Song, quest’ultima nomen omen, illustravano in forme sapientemente “underground” l’amore per la musica americana più polverosa e classica, nonostante ci si sforzasse di affermare che non ci si sarebbe mai “trasformati in una country band”.
Sia come sia, New Moon è quello che indica il titolo stesso: una nuova fase, una rinascita, una messa a fuoco ulteriore dello spettro sonoro di una band da apprezzare per eclettismo e coraggio, spregiudicatezza e incoscienza; che ha smesso, cioè, di incendiare nichilisticamente il palco per addentrarsi in una ricerca sonora non propriamente personale ma per lo meno, nella sua stramberia, nella sua bizzarra scelta, nella sua anti-hipsteria, di sicuro meritevole. Meno arrogante e incompromissorio, ma non per questo meno diretto – quasi tutti one-take senza grosse sovraincisioni e col minimo dei canali a disposizione – o meno coeso, New Moon vive di momenti zuccherosamente “classici” (la diabetica Open The Door, High And Lonesome, Bird Song) che riescono a far convivere Neil Young e Minutemen, Tom Petty e The Drones, cowpunk e americana. Certo, noi li preferivamo più irruenti e scassoni ma siamo pronti a scommettere che, per preferenze, questo sarà uno dei top-album dell’anno.
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