Recensioni

Non sempre la linearità è sinonimo di qualità: a volte fermarsi, ripartire e re-inventarsi, vivere più vite, sono reazioni ad una staticità pericolosa che giustificano una grande volontà di espressione. È con questa consapevolezza che la parabola artistica degli statunitensi The Men si alimentata sin dagli inizi: dall’hardcore infiammato alle chitarre acustiche e mandolini, da Sacred Bones all’auto-produzione con la fondazione della propria etichetta We Are The Men Records, la band di Brooklyn non ha mai peccato di prevedibilità. La sferzata sonora in Tomorrow’s Hits aveva portato i fan della prima ora a storcere un po’ il naso per un mix che, come ricordava il nostro Pifferi in sede di recensione, metteva in fila «Neil Young e Minutemen, Tom Petty e The Drones, cowpunk e Americana». Una svolta resa ancora più significativa con New Moon e poi rinforzata in questo Devil Music.
«I’m sick and tired of the city ’cause it gives me no place to hide»: in questo verso è contenuta tutta la rabbia e la noia che smuove musica e testi dei The Men, dal caos inghiottito da noise e delay di Dreamer alle scorribande urbane dell’intermezzo Crime e, soprattutto, Ridin’ On, dove Perro & co. fanno il verso ai Motörhead. Perde per strada un po’ di appeal questo Devil Music, soprattutto nella seconda metà del disco, ed è un peccato perché si ha l’impressione che tutto il livore dei dischi passati e dei primi brani dell’album si affievolisca, un po’ come se fosse la città a vincere e a risucchiare i riottosi nelle proprie monotone, meccaniche tempistiche quotidiane. Ancora nervi, muscoli e sporcizia, ma questa volta sembra di aver già assistito a tutto questo.
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