Recensioni

La storia dei Loft è una di quelle che bruciano in fretta lasciando segni indelebili. Due soli singoli, all’inizio degli anni ’80, riuscirono a catturare l’essenza della band — avviluppata in un misto di urgenza pop e malinconia urbana — prima che una scissione improvvisa, quasi teatrale, spaccasse il gruppo nel bel mezzo del tour con i Colourfield. Parliamo di un’avventura brevissima, eppure il loro passaggio fu abbastanza potente da meritare una raccolta postuma pubblicata dalla Creation Records, Once Round The Fair, che cristallizza come una sorta di diario il ‘suono’ di quel magico triennio 1982-1985.
Per capire davvero l’impatto dei Loft bisogna però tornare a quei primi anni ’80, momento in cui la scena indipendente britannica stava prendendo forma in risposta alla stanchezza delle grandi produzioni post-punk e al declino del rock da classifica. In questo scenario, etichette indipendenti come Rough Trade, Postcard e, appunto, Creation Records diventano piccoli avamposti creativi che cercano di riconsegnare quell’aura di spontaneità alla musica, puntando su autenticità, passione e spirito DIY.
I Loft riuscirono ad inserirsi con naturalezza proprio in quel solco, mettendo a punto una grammatica sonora capace di unire l’energia delle chitarre jangly dei Byrds con l’introspezione tutta britannica di band come gli Orange Juice o gli Smiths. Pete Astor e soci rappresentavano una voce sincera, capace di raccontare con semplicità e grazia le incertezze dell’adolescenza, le tensioni urbane e quel desiderio inespresso di cambiamento.
Dopo la rottura, Astor e il batterista Dave Morgan si tuffarono in una nuova impresa chiamata Weather Prophets, progetto che cercava di affinare ciò che i Loft avevano solo iniziato a sfiorare, diventando poi parte integrante di quella seconda ondata del pop indipendente britannico che avrebbe ispirato l’indie rock degli anni ’90. Gli altri due componenti, Bill Prince e Andy Strickland, presero invece una direzione diversa, più ibrida, alternando le chitarre alle tastiere delle redazioni. Prince continuò a suonare nei Wishing Stones, ma parallelamente trovò spazio come redattore per Sounds, una delle voci più autorevoli del giornalismo musicale britannico. Strickland divenne una firma rispettata sia nel panorama musicale che in quello sportivo, senza mai smettere di tornare sul palco di tanto in tanto con band indie come The Chesterfields o The Caretaker Race.
Per tutti loro, la musica restava un filo sottile ma resistente, che li legava a un momento preciso della giovinezza. Così, nel 2006, la band si ritrovò per una breve reunion, quasi a rendere omaggio a quel passato condiviso. Da allora, piccoli ritorni, sporadiche apparizioni, anniversari e celebrazioni. Non si è mai trattato di un vero comeback, ma piuttosto di saluti affettuosi, fatti con garbo e discrezione.
E poi, a distanza di oltre quarant’anni, arriva Everything Changes Everything Stays The Same: il primo vero album dei Loft. Un debutto tardivo ma vibrante, pensato per toccare le corde dei nostalgici del jangle-pop britannico. Chitarre brillanti, melodie curate e una scrittura che, pur avendo perso l’abbrivo adolescenziale, ha guadagnato profondità espressiva. La voce di Pete Astor, sempre più sicura, guida l’ascoltatore in un viaggio che alterna riflessione e leggerezza.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: una riflessione lucida su come tutto cambi, pur rimanendo sostanzialmente identico. In Ten Years, che richiama lo spirito dei Television Personalities, si lascia spazio alla malinconia per il tempo sfuggente. Le chitarre sognanti di Andy Strickland accarezzano Feel Good Now, canzone che racconta l’inquietudine di chi cerca riscatto nel grigiore della quotidianità (“Sono annoiato / Voglio sentirmi bene adesso”). Do the Shut Up introduce invece una vena ironica e critica, sostenuta da un riff tagliente che rimanda a Tom Verlaine mentre Greensward Days evoca, con tinte pastello, la scena C86 – The Pastels, The Wedding Present, Razorcuts, The June Brides.
C’è equilibrio e ricercatezza in tutto l’album: dal pop raffinato di Somersault, che ricorda i Go-Betweens, alle pennellate folk-rock à la Byrds in This Machine, fino all’energia contagiosa di Dr Clarke, che fa da ponte ideale con l’estetica post-punk scozzese degli Orange Juice.
In appena dieci brani, Everything Changes Everything Stays The Same riesce a ricucire i fili di una narrazione interrotta troppo presto. Non è solo il racconto dei Loft ma quello di un’intera stagione musicale fatta di sogni, disillusione e passione. Di etichette nate nelle stanze tappezzate di poster, di concerti nei pub, di canzoni che, pur vendendo poco, finivano per significare tutto per qualcuno. Un disco fuori dal tempo, un piccolo instant-classic per cui l’attesa – in fondo – non è stata affatto sprecata.
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