Recensioni

Avevamo lasciato il quintetto britannico The Last Dinner Party – Abigail Morris (voce solista), Lizzie Mayland (chitarra, voce), Emily Roberts (chitarra solista, mandolino, flauto), Georgia Davies (basso) e Aurora Nishevci (tastiere, voce) – alle prese con un successo enorme e inatteso, arrivato in fretta all’indomani del debutto Prelude To Ecstasy, che da queste parti era stato valutato positivamente, sia pur con qualche riserva, dovuta per lo più alla sensazione di fondo che si trattasse pur sempre di un “prodotto” fin troppo addomesticato, in cui il calcolo e la maniera sembravano strabordare a scapito della genuinità.
Ad ogni buon conto, la formula aveva funzionato, quantomeno da un punto di vista commerciale, tanto che le Nostre si erano trovate a fronteggiare una popolarità immensa, giunta ben oltre i confini nazionali. In altre parole, le avevamo viste diventare un piccolo grande fenomeno mediatico, catalizzato da una macchina promozionale poderosa.
La domanda che sorgeva spontanea dopo questo bagno di hype era più che lecita: quale sarebbe stato il prossimo passo? Avrebbero capitalizzato il momento di grazia, assecondando le formule indovinate con l’esordio, o avrebbero scelto strade più creative e tortuose? Ebbene, all’indomani dell’uscita del loro secondo capitolo, From The Pyre, possiamo mettere in chiaro da subito almeno una cosa: The Last Dinner Party non hanno giocato a vincere facile. Nessun compromesso al ribasso: sin dal primo ascolto, infatti, appare lampante come l’ispirazione di fondo guardi ora a certo pop erudito, al glam anni ’70, passando per echi folk-rock con venature gotiche; da Kate Bush a Stevie Nicks (frequentemente omaggiate nelle linee vocali), passando per Queen, Sparks e un Bowie esplicitamente riverito (“Ci affascina la sua capacità di reinventarsi continuamente”), la tavolozza delle influenze qui si arricchisce di nuove e audaci sfumature, tutt’altro che facili da emulare, ma soprattutto da reinterpretare in chiave radiofonica secondo gli standard accomodanti del pop contemporaneo.
Ciò che più colpisce di questo disco è la sua struttura romanzesca; appaiono da subito intriganti le trame che s’intrecciano all’interno dei brani di From The Pyre, una specie di concept che mette al centro un immaginario quasi medievale, con l’espediente narrativo della pira in cui bruciano una serie di personaggi che sì ardono, ma in qualche modo rinascono, e soprattutto splendono (“The pyre è un luogo allegorico da cui hanno origine questi racconti, un luogo di violenza e distruzione, ma anche di rigenerazione, passione e luce. Essere ghostati diventa una danza western con un assassino, e il cuore spezzato ride in faccia all’apocalisse. I testi evocano fucili, falci, marinai, santi, cowboy, inondazioni, Madre Terra, Giovanna d’Arco e inferni ardenti”).
È questo l’elemento più pregevole dell’operazione, frutto di una divagazione creativa connotata da una vocazione quasi letteraria: uno sfondo di miti e leggende attraverso cui rileggere la contemporaneità. È il caso di Agnus Dei, uno dei brani che lasciano l’impressione più forte, mirabile esempio di baroque pop che gioca con teatralità, polifonia vocale e drammaticità, in bilico tra Bohemian Rhapsody e Lady Stardust. Qui il tema del sacrificio è traslato in chiave passionaria, e l’“agnello di Dio” diventa simbolo di un amore che divora e consuma. Una scrittura piena di visioni (“Lee Hazlewood you were singing / Your head was burning your arms were open”) e di ironia (“Lamb of God / Or did I spell it wrong?”), dove la catastrofe si fa desiderio e la fine del mondo un atto liberatorio.
Da questo punto di vista, il passo avanti “narrativo” rispetto al debutto è netto, ma anche arrangiamenti e produzione non sono da meno. Resta però la sensazione di avere a che fare con una band che necessita di una narrazione forte per arrivare dove la musica, da sola, non riesce ancora ad approdare. E tuttavia, in un mondo di jingle pop sempre più brevi e formattati per TikTok, queste canzoni pensate e registrate con l’ambizione dei maestri che le hanno ispirate meritano tutto il favore possibile.
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