Recensioni

È già tempo di accaparrarsi un biglietto per il nuovo one man show del mormone più famoso dell’indie rock a stelle e strisce. Come un fulmine a ciel sereno, e dopo aver sigillato un capitolo della carriera dei Killers (un brillante esordio con richiami new wave e testi dall’ambiguità intrigante, un secondo lavoro dalla marcata impronta blue collar, un ritorno al più puro entertainment pop e un epilogo opaco e interlocutorio) con un discreto greatest hits con inediti d’ordinanza, Brandon Flowers torna a dire la propria e lo fa ad alta voce (“che lo si accetti o meno, i Killers potrebbero essere la migliore band mai vista da molto tempo a questa parte” è una delle dichiarazioni più perentorie dai tempi di Terence Trent D’Arby e del suo debutto, il “miglior disco dopo Sgt. Peppers“) usando tutti i colori che può e facendosi aiutare da professionisti che sanno bene ciò che fanno: Ariel Rechtshaid – produttore capace di passare come se nulla fosse da Usher ai We Are Scientists, dalle HAIM a Kylie Minogue fino a Sky Ferreira – e Alan Moulder (My Bloody Valentine, Smashing Pumpkins, Placebo, Interpol), qui al missaggio, ma anche un parterre di guest star che rivela fonti d’ispirazione anche insospettate.
Brandon Flowers è una star che vive da sempre di contrasti e si crogiola in paradossi spesso in grado di farlo apparire più interessante di ciò che in realtà è: laddove l’intonazione non è sempre impeccabile, specialmente dal vivo, arriva il suo carisma da inguaribile gattamorta a salvare il tutto, e laddove i testi si fanno populisti con metafore sin troppo prevedibili assesta un colpo da maestro con un ritornello killer. È il trasformista più coerente e sincero che ci sia: questo (il sound dei Duran Duran e dei New Order, con i quali si mormora potrebbe collaborare molto a breve) o quello (il Bruce Springsteen di Born to Run) per lui pari sono, o comunque possono coesistere. The Desired Effect è il passo avanti più logico in una traiettoria artistica che mescola l’attaccamento alle radici con l’amore per tutto ciò che è british, meglio ancora se proviene dagli anni Ottanta: se l’effetto desiderato è quello di divertire, divertirsi e blandire il 30-40enne dalla lacrima facile, si fa bingo ad occhi chiusi con il singolo Can’t Deny My Love. C’è l’orchestral hit, il ritornello da cantare a pieni polmoni, il suono sintetizzato dello shakuhachi, persino Richard Butler degli Psychedelic Furs (oltre ad Evan Rachel Woods) in un cammeo nel video ufficiale. Il tempo di riprendere fiato e un campionamento di Smalltown Boy dei Bronski Beat, con gli acuti di Jimmy Somerville e il Synclavier, fa subito da sfondo a una summer hit in fieri, ovvero I Can Change, che vede la collaborazione di Neil Tennant dei Pet Shop Boys.
È un disco dai colori vividi e cangianti, più convincente rispetto al debutto solista Flamingo del 2010. Gli omaggi sono tanto sfacciati quanto amalgamati con originalità: Still Want You riprende Can’t Stay, che a sua volta si impossessava della sezione ritmica della cover de La vie en rose di Grace Jones, e la spinge verso un Paul Simon passato di nascosto dai Vampire Weekend fuso insieme al duetto tra Donna Summer e i Musical Youth di Unconditional Love; Between Me and You è parente alla lontana di Wild Horses di Gino Vannelli (ma il pianoforte è di Bruce Hornsby, ricordato troppo spesso solo per The Way It Is), Lonely Town unisce una narrazione alla Every Breath You Take a una base italo disco che riporta alla memoria la recente Avalanche firmata Gardens & Villa. Manca solo che Flowers si metta gli occhiali fotocromatici e una parrucca di capelli ricci in testa, e può passare per il Jeff Lynne dei tempi d’oro in Diggin’ Up the Heart (se l’andatura è quella di Hold On Tight degli ELO, l’organetto tradisce svariati ascolti di Walk of Life dei Dire Straits), mentre è più degna dei Climie Fisher l’edulcorata malinconia di Never Get You Right, sempre con Hornsby al piano. Le ultime cartucce sono un gioco alla Ric Ocasek (una Untangled Love un po’ troppo sotto steroidi) e la chiusura di The Way It’s Always Been, tra suggestioni religiose e una strofa che, nonostante la trappola dei synth, scandisce quasi fedelmente Marley Purt Drive dei Bee Gees pre-disco music.
Dopo un disco privo di mordente come Battle Born, il cantante americano si concede un lavoro da puro entertainer costruito con tutti i crismi, che di rado si perde per strada e che più spesso mette in luce una nuova maturità e consapevolezza tanto dei propri punti di forza quanto (nonostante le smargiassate) dei propri limiti. Non imita nessuno: al massimo ruba. E soprattutto dimostra di saper ancora dettare l’agenda, quando colleghi più giovani di lui attendono con ansia l’invito dal producer di turno per il featuring “salva carriera”.
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