Recensioni

Nel fantastico mondo del DIY è facile incappare in progetti che, se ascoltati superficialmente, verrebbe da cestinare con un laconico “ma cosa è questa roba?”. The Garden non fanno eccezione: il progetto made in Orange County composto dai gemelli Wyatt Shears (voce e basso) e Fletcher Shears (batteria) fa infatti ruotare la propria cifra stilistica attorno ad una scheletrica e schizofrenica sezione ritmica che fa da cornice ad assalti nonsense che sfruttano tanto il punk quanto l’hip hop per comunicare il nulla. Come tutte le proposte inizialmente spiazzanti, anche quella dei The Garden rappresenta, se non altro, un tentativo di rottura e – parallelamente – di autoaffermazione in un panorama musicale che, nonostante tutto, continua a ragionare un po’ troppo per compartimenti stagni.
Cresciuti nel giro di Burger Records (con la quale nel 2013 pubblicarono l’album d’esordio The Life and Times of a Paperclip), i californiani hanno poi firmato (rimarcando lo spirito fondamentalmente punk) per la storica Epitaph in occasione del secondo album haha (disponibile comunque su cassetta via Burger), anche se, come si è potuto constatare anche durante le tre date in Italia dello scorso anno (al Covo, al Magnolia e all’Astro), il target di riferimento dei gemelli è molto più vicino ai weirdo-slacker di scuola Burger che ai punk-rockers generalisti di scuola Epitaph. Senza nulla togliere alle (comunque interessanti) prove precedenti, il terzo album in studio Mirror Might Steal Your Charm è probabilmente il primo realmente compiuto dei Shears, compresi gli EP e gli album pubblicati (con una frequenza che definiremmo quasi tysegalliana) sotto i rispettivi moniker solisti. Wyatt incide a nome Enjoy, Fletcher a nome Puzzle. Del primo consigliamo il recupero di Another Word for Joy (2016) e del secondo di Tighten the Reins (2017), entrambi dischi comunque impregnati di suggestioni non troppo distanti da quelle che ritroviamo all’interno della più composta discografia del main project.
Il frullato sonoro presente in Mirror Might Steal Your Charm è quasi impossibile da sintetizzare, non solo perché praticamente ogni traccia va ad inglobare elementi e stili diversi, ma anche perché sono presenti talmente tante sfumature che è certamente più comodo utilizzare termini ombrello che vogliono dire tutto e niente come art punk o rock sperimentale. Entrando più nel dettaglio, in Shameless Shadow le atmosfere del pop californiano si sposano con retrogusti glam, con synth taglienti e con destrutturati frammenti zolo, in Who Am I Going to Share All This Wine With? basso e batteria centrifugano violentemente le ritmiche dei Joy Division e i fraseggi angolari dei Wire, in Voodoo Luck convivono miracolosamente un quattro corde marcissimo ed una strofa che sembra una svogliata versione karaoke di My Worst Enemy, nell’immediata Call The Dogs Out si alternano momenti ad altezza Cure e momenti di pop-punk californiano da spiaggia, mentre Stallion è in pratica un brano hardcore proposto secondo i canoni e i suoni del post-punk.
Se possibile, quelli appena citati sono i brani più canonici tra quelli contenuti in Mirror Might Steal Your Charm: Make a Wish ruota attorno ad un gommoso (ma ruvido) beat hip-hop e a memorie Beck, A Message For Myself ripropone situazioni rave anni 90 tra drum & bass e big beat, 🙁 è costruita attorno ai preset di una qualche tastierina cheap e in Good News lo squillo di un telefono diventa l’elemento fondante di tutto il beat (l’effetto finale sta tra l’hauntology e l’hypnagogic di scuola Ariel Pink).
Il crossover freeform (auto)definito “vada vada” è goffo, carnevalesco, quasi circense (in questo senso, l’artwork è semplicemente perfetto), bizzarro, ironico (in alcuni frangenti i Nostri bussano alla porta i Devo) e sopra le righe, pur mantenendo un profilo lo-fi. Un generale “famolo strano” forse un po’ forzato ma che al contempo garantisce unicità e va a posizionare la proposta targata The Garden in un luogo non ancora ben definito. Intendiamoci però, Mirror Might Steal Your Charm non è assolutamente uno di quei lavori che per essere apprezzati devono “essere capiti” perché nascondono chissà quali sottotrame concettuali: è un album che va preso per quello che è, divertente, imprevedibile e talvolta grottesco
Amazon
