Recensioni

Tre anni, quelli che ci distanziano dal precedente House of Spirits, che sembrano un’eternità. Non era neppure bastato l’album solista di Tim Cohen (in verità un po’ sotto le alte aspettative) a placare la sete di Fresh & Onlys, con quel loro modo elegante di coniugare rumore e melodia, modernità e tradizione, che li ha resi uno dei gruppi più riconoscibili fra quelli usciti dalla Bay Area degli ultimi anni. Wolf Lie Down segue un ridimensionamento della formazione che oggi, oltre a Cohen, comprende il chitarrista Wymond Miles e i saltuari uffici del batterista James Kim. Si tratta di una ristrutturazione che influenza inevitabilmente il sound, più votato al pop chitarristico, al punto che i commenti parlano già di un ritorno al rock tout court e del riaffiorare del jangle pop (come se non fossero stati i cardini estetici degli ultimi lavori).
Il tutto è vero solo in parte, ogni album del gruppo non si discosta drammaticamente dal precedente, ma procede asintoticamente verso una perfezione pop che Wolf Lie Down (a dispetto della brevità) pare lambire in più occasioni. Lo fa con un sound che incorpora in un unico flusso elettrico elementi apparentemente inconciliabili come country rock e post punk, e che, più in generale, vede passare l’universo “classic rock” al setaccio dell’alternative culture. Gli esempi più calzanti stanno proprio nell’uno-due iniziale. Prima una title track che apre l’album con un assalto sonoro fatto di chitarre ronzanti, urgenza ritmica e un tema country rock che pare suonato da Echo & The Bunnymen e J&MC. Tim Cohen dispensa arguzia su testi ancora più criptici e misteriosi del solito («I wake up on the floor with a man in my room»), sebbene a colpire sia soprattutto la profondità del suo crooning, che nella successiva One Of a Kind si fa protagonista di una romantica surf song impreziosita da un riff à la Television e da un’evocativa coda spacey.
A dispetto di un ventaglio di influenze fra i più vasti in circolazione, Cohen e Miles sanno come trarre il massimo risultato da arrangiamenti minimali, come quelli di Qualm Of Innocence e Walking Blues, per cui la suggestione nasce dai temi notturni e dalla profondità di una produzione che mette in risalto ogni inflessione emotiva. Nella seconda parte arrivano gli episodi più memorabili: prima una Dancing Chair che ribalta in chiave ottimistica e terrena il romanticismo oscuro e ascetico dei Joy Division; quindi (dopo il solare power pop di Impossible Man e il country a tinte gotiche di Becomings) spetta alla splendida Black Widow chiudere l’album con un afflato gospel racchiuso in una scorza rumorista ed un’invocazione («don’t go to the dark side») che finiscono per fungere da tema portante dell’album e di buona parte della discografia (tim)choeniana.
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