Recensioni

Se paragonata alla frequenza con cui, fino a qualche tempo fa, Tim Cohen pubblicava album sotto i moniker più fantasiosi, gli ultimi anni lo hanno visto impigrirsi notevolmente. Questo è avvenuto in corrispondenza della trasformazione dei suoi Fresh & Onlys da sgangherata carretta weird garage, a fiammeggiante bolide wave pop. Un’attitudine che negli album solisti viene sempre mitigata da un profilo più schiettamente cantautorale.
In questo senso, Luck Man si pone esattamente a metà fra la psichedelia a tinte fosche degli Onlys e le canzoni più adult oriented dei Magic Trick. Una dicotomia non del tutto risolta, a dire il vero. Se da una parte, infatti, ci sono i temi acustici della title track (che se non fosse per gli ampi riverberi che ne amplificano la portata, avrebbe tutta l’aria del placido soliloquio) o gli arpeggi irrequieti di I Need a Wife, dall’altra fa scalpore un tema notturno come quello di Meat Is Murder, fosca elucubrazione post punk condotta su basso metronomico e irrorata di bagliori elettrici. E ancora, per una John Huges che adorna i Love con lucenti cromature 80s, ci sono folk song dai profumi 60s come Wall About a Window, candidamente incorniciata da un organetto lisergico. Manca un elemento di sintesi. O forse c’è, ma non si tratta di qualcosa di strettamente musicale.
A creare continuità fra le due anime dell’album è la poetica di Cohen, maturo chansonnier ossessionato dalla morte e indispettito dall’età che avanza. Uno sgarbo che esorcizza con un’ironia arcigna, spesso lasciata a macerare nell’aura liturgica di certi temi melodici che richiamano, per lo meno nella forma, il Cohen maggiore. Quello che ci ha lasciato (non senza rimpianti) pochi mesi or sono.
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