Recensioni
The Divine Comedy
Rainy Sunday Afternoon
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Antonio Pancamo Puglia
- 19 Settembre 2025

Rinfranca sapere che, finalmente, il nome di Neil Hannon sia associato al prestigio che un autore del suo calibro merita: leggerlo nei crediti di un blockbuster hollywoodiano come Wonka (2023), con Timothée Chalamet a cantare canzoni scritte apposta dalla sua penna per la nuova versione di un classico intoccabile della letteratura e cinema d’infanzia, suona come il giusto e dovuto riconoscimento nei confronti di un artista che dovremmo iniziare a considerare, una buona volta, come uno dei massimi talenti della sua generazione – e oltre.
Non è peregrino affermare che, nel campo specifico della canzone pop classica, il sig. The Divine Comedy abbia mostrato di avere ben pochi rivali: merito di un’estetica musicale unica e ben definita, che ha saputo far convivere Scott Walker, Burt Bacharach, i chansonnier, eccentrici come Noel Coward e compositori moderni come Michael Nyman, la classica e i musical, oltre ai Beach Boys e tutto quello che è 60s pop, senza dimenticare il synth pop e l’indie anni ‘80; il tutto al servizio di una poetica deliziosamente naif, romantica, decadente e al contempo ironica che, spesso e volentieri, ha attinto alla letteratura, a partire dalla dantesca ragione sociale.
La sua discografia parla chiaro: il ragazzo nordirlandese ossuto e un po’ buffo che, negli anni del Britpop, si è fatto strada con mini-opere di straordinaria maturità e complessità come Liberation (1993), Promenade (1994) e Casanova (1996) mostrando, a poco più di vent’anni, un talento compositivo miracoloso, ha poi attraversato tre decenni di carriera mantenendosi su standard qualitativamente non meno che alti, nonostante un mercato e un’industria spesso distratti e capricciosi, sopravvivendo grazie a uno stuolo di fedeli cultori e a una musa che, per fortuna, non sembra averlo mai abbandonato.
Dopo il purgatorio degli anni ’10, scandito da lavori forse un po’ troppo sottovalutati come Bang Goes The Knighthood (2010), Foreverland (2016) e l’ambizioso doppio Office Politics (2019), si esce quindi a riveder le stelle con Rainy Sunday Afternoon, registrato a Abbey Road con grande spiegamento di forze e presentato in pompa magna come “probabilmente il migliore album dei Divine Comedy”.
Fanfare a parte, è innegabile l’ispirazione tutta classica che attraversa questi undici episodi, un compendio a 360° dell’arte compositiva di un Hannon che oggi, superata la soglia dei cinquanta, sceglie di accantonare il suo lato più comico (e a volte grottesco) e virare verso la malinconia esistenziale di un capolavoro come Absent Friends (o, restando negli anni 00 – il suo decennio migliore, per chi scrive -, Victory For The Comic Muse), non rinunciando comunque alle consuete spruzzate di ironia e leggerezza.
Tutto appare ammantato in un mood crepuscolare e autunnale che si riflette sia nei temi affrontati, mai tanto personali e adulti, sia nelle atmosfere spesso – ma non sempre – riflessive e piovose, come d’altronde il titolo del disco suggerisce: che si tratti di riflessioni sulla mortalità e l’assurdità della guerra (Achilles, basata su un componimento di Patrick Shaw-Stewart, poeta-soldato morto nella Prima Guerra Mondiale e ispirata oltre che, chiaramente, da Omero, da A Shropshire Lad di Alfred Edward Housman – e, aggiungiamo noi, dai Belle And Sebastian di I Fought In A War), sull’amore e la vita (“life is just a shadowplay” recita la dolentemente smithsiana The Heart Is a Lonely Hunter – che contiene, significativamente, l’unico solo di chitarra di tutto il disco -, a sua volta ispirata dal romanzo omonimo di Carson McCullers), o ancora del ricordo quasi distaccato del padre malato di Alzheimer (la cinematografica The Last Time I Saw The Old Man, impreziosita da interventi di flicorno molto noir), lo sguardo è, inevitabilmente, quello disincantato di un uomo di mezza età.
Ma non sono queste ugge, pur fascinose, a caratterizzare il disco: sono anzi i momenti di luce messi a contraltare delle ombre che lo fanno davvero risplendere, facendo di queste canzoni una bellissima accettazione del tempo che passa; come All The Pretty Lights, splendida e gioiosa ode all’infanzia perduta (nella rievocazione vivida del primo Natale trascorso in gita a Londra) e al saper ritrovare la fanciullezza anche da grandi (“Childhood’s lost forever now / But childish joy remains”); o la commovente Invisible Thread, dedicata alla figlia ventenne Willow e al filo invisibile che unisce ogni cosa e fa sì che non ci si lasci mai davvero (qualitativamente, siamo dalle parti di una gemma come Charmed Life). E che dire poi della title track, vera e propria festa pop tra Bacharach, Brian Wilson e Perfect Love Song (da Regeneration, 2001), o della strumentale Can’t Let Go, messa penultima in scaletta proprio come la traccia omonima di – appunto – Pet Sounds?
Coadiuvato negli arrangiamenti da Andrew Skeet, sin dai morriconiani rintocchi di campana che aprono il disco Neil allestisce un apparato davvero grandioso, con orchestra, cori e strumenti solisti a punteggiare partiture estremamente raffinate, ricche ed elaborate, al servizio di canzoni con dietro un’idea non solo musicale, ma anche narrativa, emozionale e visiva ben precisa, in una visione che sa di grande schermo e di musical. Valga come esempio la strepitosa e divertente The Man Who Turned Into a Chair, inno alla sedentarietà vagamente Andy Partridge con uno dei testi migliori (and there’s no return / When you’re part of the furniture), a dimostrare che l’esperienza di Wonka non è passata invano.
Non che tale approccio sia una novità, ma mai è stato usato in modo così consapevole; così come non è una novità la satira politica, a volte velata (I Want You, melodramma orchestrale diretto discendente di quel gioiellino di A Short Album About Love, che dietro il lamento amoroso cita Machiavelli mettendo alla berlina “chi vuole costruire un muro o avere un’astronave”), a volte direttissima (Mar-a-Lago by the Sea, mambo spassoso e implacabile dove il protagonista è un Trump decaduto che rimpiange e i suoi cessi d’oro e le feste per le “sanguisughe fasciste”), a volte mescolata al vissuto (il pomeriggio in lockdown di Rainy Sunday Afternoon condito da riflessioni sullo stato del mondo), ma mai meno che pungente e gustosa (Down the Rabbit Hole, unica concessione al rock che descrive un luogo magico dove tutto è “a testa in giù” e “la logica non serve” – l’America di oggi, in pratica).
A livello compositivo, ogni episodio è un piccolo manuale su come scrivere una canzone pop, ricolmo di invenzioni a livello melodico, armonico e strutturale, dai cambi di tonalità di Achilles alla costruzione perfetta di Invisible Thread; ma nemmeno questa, a pensarci bene, è una novità. Quella risiede nella maturità tutta nuova acquisita con tempo e l’esperienza (nelle parole di Hannon, per chi scrive canzoni l’età è un dono”), che consente a queste canzoni di intrattenere ed emozionare mescolando pubblico e privato, gioia e dramma, personale e politico con grazia, leggerezza e partecipazione, in una maestria che è dono di pochi.
Se non il miglior album dei Divine Comedy in assoluto, Rainy Sunday Afternoon è certamente un’ulteriore e significativa aggiunta a un canone compositivo che merita di essere scoperto, riscoperto e studiato nel tempo.
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