Recensioni

Concerto dei Devo! Uno spettacolo formidabile, comico. “I movimenti, le idee e la scenografia erano importanti quanto la musica”, disse una volta Gerald V. Casale (una delle due menti concettuali del gruppo), esprimendo perfettamente ciò di cui ora ci occuperemo. Il live infatti fa da pretesto per aprire una prospettiva artistica più ampia riguardo ai Devo, non volendoci limitare all’universo new wave/post-punk.
Il concerto dura un paio d’ore, ottimamente apparecchiate per rinfrancare l’esaltazione degli astanti, molti con il cappellino a vaso (anzi a Ziqqurat) del video di Whip It. I ritmi asimmetrici di Josh Freese (dalla fine degli Ottanta non c’è più il batterista originario, Alan Myers) meccanizzano il campionario di mosse del gruppo; il numero di Mark Mothersbaugh che impersona Booji Boy era e rimane inquietante, oltre che esilarante; l’impatto dell’esibizione ci fa tornare al ’78 anzi, forse vedere degli uomini attempati che si strappano le loro tute gialle per rimanere in maglietta e calzoncini lascia ancor meno indifferenti che allora.
Ma siamo nel 2007: è il pubblico a dircelo, metabolizzando istantaneamente quel che sente. La musica dei Devo aveva la messa in scena come arma, era il palco lo scarto necessario con la massa (un tempo imprecante) per proiettare in spettacolo la propria missione dell’assurdo e del rincoglionimento collettivo; era la performance il quadro dove focalizzare la devoluzione, per fare cogliere la sottilissima soglia tra lo straniamento e la normalità.
E oggi? Non che faccia specie il coinvolgimento del pubblico, cioè l’affiliazione a un’estetica. Ma ora la massa sa quel che l’aspetta dalla musica dei Devo, e in un certo senso ne normalizza l’esito performativo. Tutt’al più forse si stupirebbe sapendo che i pantaloncini da wrestler neri erano indossati dal socio di Casale mentre da giovani artisti facevano il numero dell’Uomo Cacca. Ma questa è filologia.
Occorre ripartire da capo, cioè dall’inizio del concerto. L’ingresso è a parziale sorpresa, dopo che per mezz’ora ci si è chiesti come può essere il gruppo spalla. La risposta è semplicissima: nessun gruppo spalla. L’entrata in scena dei cinque di Akron è invece anticipata da un breve filmato, che preannuncia non solo un live potente, esilarante e tuttora al passo con i tempi, ma anche una testimonianza importante di un pezzo di storia dell’immagine fondamentale per le generazioni successive.
Conoscere i Devo significa non fermarsi alla produzione musicale del gruppo ma entrare in un universo che non dimentica gli altri contesti culturali e che li fonde insieme in un apparente caos stilistico. E invece i Devo hanno sempre avuto le idee molto chiare sul come gettarsi sul “sistema” e su come confonderlo attraverso l’uso delle stesse armi. I video, i documentari, i film che raccontano (per suono e immagine) il loro percorso musicale diventano il pretesto perfetto per descrivere ciò che nel 1978 accadeva attorno a loro e che, oggi più che mai, si comporta allo stesso modo.
L’ironia, come presa di distanza dal contesto e ribaltamento di senso, diventa l’arma preferita di quei cinque bravi ragazzi della provincia industriale americana che si nutrono degli stessi assurdi codici comunicativi. Non si tratta mai di surrealtà semmai di una iperrealtà in anticipo sui tempi, di una sarcastica rilevazione di sistema che non può fare a meno di sottolineare quanto le immagini che subiamo attraverso i media stimolino la fantasia ma la sclerotizzino anche al punto di non riconoscere i trabocchetti che ci inducono ad accettare, passivamente o no, il presente.
Pare non sia cambiato proprio nulla e quegli strani musicisti, dai cappelli a forma di vaso di fiori (nella forma molto più vicina al design del Gruppo Memphis di quanto non si creda), dalle tute gialle rubate agli operai di una centrale nucleare (guardate cosa hanno realizzato gli stilisti Victor & Rolf negli ultimi anni e rimarrete stupiti) e dai video che realizzano (Damien Hirst per Country House dei Blur deve averli guardati con molta attenzione) ci raccontano, saltando, cantando, suonando con la stessa energia che li muoveva nei loro vent’anni, che it’s a beautiful world for you but not fo me… Forse è meglio essere Booji Boy che tutti quegli stereotipi prodotti apposta perché noi li facciamo diventare tali al punto di divenire noi stessi dei continui cliché.
Chissà poi cosa penserebbero i Devo, se sapessero quel che viene in mente, a proposito di “devolution”, agli autoctoni delle case attorno.
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