Recensioni

In ambito cinematografico, il remake nel senso più puro del termine sarebbe qualcosa come Cape Fear di Martin Scorsese, che era un (gran) rifacimento dell’omonimo film del 1962 con Robert Mitchum e Gregory Peck e che lo ricalcava abbastanza fedelmente. Le rivisitazioni in chiave moderna, invece, sono altra cosa e non di rado si rivelano dei buchi nell’acqua, quando non degli oltraggi bell’e buoni.

Il successo de Il corvo, l’iconico film del 1994 con il compianto Brandon Lee, era già stato ampiamente spolpato a mezzo di tre discutibili sequel. Nel 1996 uscì infatti Il corvo 2 – La città degli angeli, con Vincent Perez; poi nel 2000 Il Corvo 3: Salvation, con Eric Mabius; e nel 2005 Il corvo – Preghiera maledetta, con Edward Furlong (il John Connor adolescente di Terminator 2). Inoltre, verso la fine degli anni Novanta andò in onda (per una sola stagione) la miniserie televisiva The crow: Stairway to Heaven, la cui ratio realizzativa era l’idea di riallacciare gli episodi a un sequel già nei piani ai tempi del primo film.

L’idea di una «reinvenzione» dell’opera diretta da Alex Proyas risaliva addirittura al 2008 e adesso, trent’anni dopo la sua uscita, ecco The Crow – Il corvo, nuova versione cinematografica della nota storia di origine fumettistica. Nuovo corso, nuovi attori, stessi personaggi della pellicola capostipite (almeno per quanto riguarda i due protagonisti), che era a sua volta basata sull’omonima graphic novel di James O’ Barr pubblicata per la prima volta tra il 1988 e il 1989. Ma va detto subito: Il corvo 2024 è un film brutto, sciatto, dozzinale, pensato male e realizzato peggio, non avvicinandosi neanche lontanamente alle atmosfere disturbate, al senso di claustrofobia e alla disperazione dell’originale (che pure, nel complesso, non è che fosse un capolavoro). Un film per adolescenti che sembra fatto da chi non ha una grande idea degli adolescenti. A tratti sembra di guardare Van Helsing o un qualsiasi capitolo della saga Underworld.

Eric Draven è interpretato dal pur bravo Bill Skarsgård, il Pennywyse di It – Capitolo 1 e Capitolo 2, il quale evidentemente si è dimenticato di passare allo strucco visto che anche il suo Draven sembra avere un debole per i cosmetici pagliacceschi. La fidanzata Shelly Webster ha invece le fattezze di FKA Twigs, al secolo Tahliah Barnett, le cui capacità da attrice, a giudicare da questa prova, non fanno il paio con quelle di cantante.

Il film di Rupert Sanders si sofferma in particolar modo sull’amore tra i due. Una buona quarantina di minuti (su circa cento totali) è infatti imperniata sul loro primo incontro, che avviene in un centro di recupero per tossicodipendenti. Ma nonostante lo sforzo profuso in termini quantitativi il racconto si srotola senza costrutto e non fornisce molti elementi riguardo alle loro vite pregresse. Eric ha un passato oscuro di cui si sa solo che da ragazzo ha visto morire il suo cavallo a cui evidentemente era molto affezionato; Shelly, alla quale la sceneggiatura riserva molto più spazio ma in modo poco esauriente, è invece finita in un video compromettente ed è inseguita da un tizio, Mister Roeg, che sta uccidendo a uno a uno tutti i protagonisti di detto clip. Roeg è apparentemente un uomo molto ricco e influente, ma in realtà è una specie di satiro che ha il potere di indurre le persone al suicidio parlandogli in lingue all’orecchio. Per sfuggirgli, Shelly viene catturata dalla polizia che la ricovera nella stessa struttura dov’è rinchiuso Eric, del quale si innamora. Ovviamente Roeg e i suoi scagnozzi intercettano la ragazza, che fugge con il suo amato ma viene scovata nell’appartamento che un suo amico è solito prestarle e viene trucidata insieme al suo nuovo fidanzato. Da qui in poi la storia è nota: per rimettere le cose a posto, Eric torna dal regno dei morti e bla bla bla.

Peraltro quello interpretato da Skarsgård è un Eric vittima degli eventi che sembra finito in un gioco più grande di lui, un Eric che oltre a non avere nulla a che fare con la musica (nel film originale era un chitarrista, qui è invece Shelly a saper suonare il piano) finisce nei guai per una ragazza di cui non sa nulla. Anzi, non contento, una volta ucciso insieme a lei e costretto a vagare nel limbo dei non-morti mentre lei va dritta all’inferno, si offre di barattare il suo destino nell’Aldilà con quello di lei per salvarle l’anima. Commovente, si dirà, ma la storia d’amore è così poco empatica da non risultare neanche credibile, tanto più che la chimica tra Skarsgård e la Barnett è inesistente.

Per non dire di quella che vorrebbe essere la scena madre del film, quella dell’eccidio splatter-istico al teatro dell’opera che sembra la sequenza finale di Kill Bill Vol. 1. E vogliamo parlare del corvo che dà il titolo al film? Più che un Caronte che riporta i morti in vita, quello di Sanders è un animale da compagnia un po’ sfigato e perennemente attardato rispetto allo spirito a cui dovrebbe fare da apripista. Il suo posto lo prende Kronos, una non meglio identificata guida spirituale a guardia del limbo tra regno dei vivi e regno dei morti che spiega a Eric dove si trova e perché, una domanda che probabilmente si faranno anche molti di coloro che finiranno a vedere questo film. Insomma, un disastro su tutta la linea che neanche la colonna sonora (ma qui si vince facile, conoscendo le ispirazioni musicali all’origine del fumetto) riesce a risollevare.

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