Recensioni

“Non volevamo pubblicare un album fino a quando non saremmo stati sicuri che ci fossero abbastanza persone disposte ad ascoltarlo”. A quanto pare quel momento è arrivato, da quando i Clockworks hanno lasciato la natìa Irlanda per raggiungere Londra, cambiare vita e coronare un sogno; era infatti il 2019 l’anno in cui il chitarrista Sean Connelly, con una lodevole dose di spavalderia, scrisse privatamente su Instagram ad Alan McGee “siamo la versione punk-rock di The Streets”. Il resto, come si dice, è storia: il fondatore della Creation Records, uno che ha avuto l’intuizione di lanciare band come i Primal Scream, i My Bloody Valentine e gli Oasis, rimase impressionato da un provino e si recò ad ascoltarli in sala prove a Galway (la performance fu così intensa che il frontman James McGregor, cantante, chitarrista e paroliere, ruppe l’asta del microfono).
Da quel momento, per il quartetto composto da McGregor, Connelly, il bassista Tom Freeman e il batterista Damian Greaney è iniziato un duro e costante lavoro che ha portato alla luce singoli d’impatto giunti alle orecchie dei giornali che contano e degli ascoltatori di BBC Radio 1 – il che non fa mai male – e un discreto numero di esibizioni live con l’opportunità di aprire per i Pixies negli Stati Uniti e per i Kings of Leon al Sefton Park di Liverpool. Dal primissimo contratto con Creation23 alla fondazione della propria label Life and Times Recordings, i Clockworks hanno catturato l’attenzione di un altro peso massimo della musica inglese degli ultimi trent’anni, Bernard Butler, chitarrista e co-autore dei brani più iconici dei primi Suede noto anche per il lavoro con David McAlmont e, poi, con Duffy. Anche lui di sangue irlandese, Butler è riuscito nell’intento di valorizzare ed enfatizzare gli ingredienti più interessanti della proposta – ossia, una marcata epicità nelle strutture melodiche, una struttura dell’intero disco compatta ma non per questo tediosa e la coerenza narrativa di un lavoro che, in tutto e per tutto, suona come la trasposizione musicale di un romanzo o la colonna sonora di un film.
Che ci sia qualcosa di cinematografico, in Exit Strategy, è chiaro dallo spoiler della copertina: l’edizione vinilica, in più, segna un confine netto tra un lato A dedicato alla vita a Galway del protagonista e un lato B che accompagna la sua ricerca di sé in quel di Londra. Non tutti i tredici brani che compongono la tracklist sono inediti: alcuni singoli già noti sono stati efficacemente riarrangiati e disposti in modo intelligente per dare ritmo a una storia raccontata per episodi.
Registrato in gran parte negli studi londinesi di Abbey Road, Exit Strategy parte con il pianoforte e va tutto in crescendo. Il fulcro di Deaths and Entrances è lo spaesamento del protagonista che si sente “solitario nella folla” nella sua Galway, tra un ubriaco vestito da Gesù Cristo che canta piangendo Redemption Song di Bob Marley e una cena di coppia in cui lui e lei passano tutto il tempo a controllare i propri smartphone, un “Robin Hood” che consegna del cibo a un senzatetto, guarda verso la videocamera e dice “La povertà deve finire” per poi controllare che ora è dal Rolex al polso e andarsene con la sua Mercedes nuova fiammante e l’intellettuale con la bandana sui capelli che fa ricerche su Google mentre è in bagno, nomina Dostoevskij quando è sicuro che qualcuno possa sentirlo, che discute col barista su temi esistenziali e su quanto sia sopravvalutata la Gioconda.
Dal senso di alienazione si arriva alle difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena dei ragazzi di Bills and Pills (“Karen ricorre alle pillole quando le bollette minacciano di raddoppiare / ma le bollette continuano ad arrivare / quindi le pillole continuano ad arrivare“). Se è facile fare paralleli con altre band irlandesi emerse negli ultimi anni, The Murder Capital e Fontaines D.C. su tutte, l’aria che più spesso si respira è quella dei primi Arctic Monkeys e di certi White Lies, ma è interessante scovare tra i testi affettuosi rimandi ai fratelli Gallagher (“Le ragazze non desiderano più un mago delle sei corde, la mia cover di ‘Wonderwall’ è stata soffocata da litigi e lamentele”, e poi ancora in Danny’s Working Like a Dog “the dreams we had as children / don’t have to fade away”).
In Hall of Fame si fa mea culpa ma la stanchezza annegata nella vodka rende tutto più complicato, tra soldi che cadono per terra mentre li si conta al bar e la salsa al formaggio al curry sopra le patatine che sporca il cappotto di chi è seduto a fianco. Il senso di fallimento e claustrofobia è alimentato dai social (“Instagram è una galleria di persone felici che stanno bene”, ancora in Danny’s Working Like a Dog) e dall’insicurezza tra il fuggire in Australia e restare (se ne parla con gli amici ma ormai “si è fatto ottobre”), i piani cambiano ed è a Londra che si ricomincia, anche al costo di arrivare a sembrare ciò che non si è. Succubi del consumismo (“un cartello di venti piedi dice ‘non troverai mai l’amore finché non comprerai questi guanti’”) e delle contraddizioni (“pagare due volte il prezzo medio per lenticchie biologiche, poi volare via su un aereo privato per la convention sull’ambiente nel fine settimana”, in Advertise Me), sempre con la stessa difficoltà a creare buone relazioni (“qual è la differenza tra commedia e tragedia? L’unica differenza è il contesto dell’agonia”), si è persi nel momento (“così sei seduto lì, sconcertato, a setacciare i prestiti e hai la nausea di vivere da solo, e poi all’improvviso ti accorgi che sei cresciuto, cinque anni sono volati e aspetti, aspetti, hai paura, la tua pazienza si sta assottigliando come anche i tuoi capelli”). Tra echi smithsiani (in particolare dello spleen che impregna How Soon is Now) e melodie che riportano indietro le lancette dell’orologio fino a No Sense of Sin dei Lotus Eaters (Lost in the Moment), le istantanee raccolte nella seconda metà del disco formano insieme uno scomodo punto interrogativo con tanto di luce al neon: stiamo davvero cercando una vita migliore o fuggendo desideriamo soltanto scappare da noi stessi?
Sorprende che una band che, per quanto emergente, si è distinta come solido singles act prenda così dannatamente sul serio la costruzione di un (quasi) concept album, con tutti i tasselli al posto giusto, personaggi ricorrenti, momenti di rabbia e introspezione e vette liriche che nascono da semplici appunti presi su un’agendina osservando chi siede al tavolo di un bar. Viene tutto straordinariamente facile, a James McGregor e ai suoi Clockworks che con quest’opera prima si guadagnano il titolo di nuova “band da tenere d’occhio” per i prossimi mesi.
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