Alan McGee, foto per la stampa / This Feeling TV (2021)

«I Just like what I like»: intervista ad Alan McGee in occasione di “Creation Stories”

Ancora non al top in seguito agli strascichi della vaccinazione di qualche giorno prima, Alan McGee si presenta in videochiamata con la tuta vintage della Scozia del 1976 e bottiglia d’acqua in primo piano. «Sono un pelato di Glasgow di sessant’anni», dice a un certo punto il fondatore della Creation, scopritore e manager di molte band britanniche influenti in terra natia, e non solo. Basterebbe questo semplice autoritratto verbale per cogliere l’aspetto più rilevante della persona McGee: la sincerità. Leggendo il suo libro Creation Stories: Riots, Raves and Running a Label (Macmillan, 2013) sembra quasi impossibile poter credere ad alcuni episodi citati, eppure, sin dalle prime battute, Alan dà l’impressione di essere un uomo in pace con se stesso. Certo, si è calato di tutto nei ruggenti anni Ottanta e Novanta, ma, al di là di qualche naturale offuscamento della memoria, ha contezza di ciò che è stato e non ha perso la passione verso le novità.

Si capisce da subito che, più che un’intervista, l’occasione di parlarci rappresenta una normale chiacchierata che sarebbe potuta avvenire davanti a una buona pinta, ops… bottiglia d’acqua minerale. In realtà, le domande fatte da McGee sono state quasi uguali in numero a quelle che gli ho posto io, perché la stessa curiosità verso un certo tipo di rock Alan la riserva alle persone. L’uscita del film Creation Stories è stata un’ottima scusa per parlare di quei favolosi anni, ma anche del presente.

Prima di tutto, quali sono le tue sensazioni riguardo all’esistenza di un film sulla tua vita?

Uno strano effetto, voglio dire: sono un pelato di Glasgow di sessant’anni! Il film non è molto accurato, ma non l’ho scritto io. La mano di Irvine (Welsh, ndSA) si vede e va bene così. Credo che dire che non l’ho odiato sia il miglior complimento.

Creation ha modellato un certo suono britannico degli anni Ottanta e Novanta: credi che abbia anche influenzato la vita delle persone?

Forse ha reso le persone più spontanee, questo sì, ma non credo abbia cambiato le loro vite. Certo, vedi Liam Gallagher in posa sul palco e pensi che ce l’ha fatta, quindi puoi farcela anche tu… forse. Penso che abbia fatto divertire molto le persone, tutto qui. Ed è una gran bella cosa.

Credo che un momento molto significativo e affascinante dell’etichetta sia stato quando il mainstream vi ha sparigliato le carte, mi sembra che però tu l’abbia vissuto con un atteggiamento quasi imperturbabile

Gran parte della musica che abbiamo prodotto è semplicemente non convenzionale, era un po’ la nostra direzione: band rock & roll col piglio punk. Con gli Oasis è avvenuto quello che dici: erano una band davvero Madchester, li ho messi sotto contratto nel 1993 quando il suono di quella città era piuttosto fuori moda. Tutti pensavano a far firmare band fighe perché diventassero grandi o sfondare nel mainstream, ma non devi essere diverso per essere grande: devi avere solo grandi canzoni. Loro le avevano, cazzo: Live Forever! (allarga le braccia e rimane fermo per un po’, come a ripassare la melodia, poi riprende il discorso, ndSA). Nel 1993 erano fuori moda, nel 1995 era la moda: siamo collassati nel mainstream.

Pensi ci siano nuove etichette che propongono buona musica?

Ce ne sono molte. C’è la Partizan, che sforna band incredibili come Idles e Fontaines Dc. Non conosco come lavora l’etichetta, non conosco i ragazzi che l’hanno fondata né chi ne è a capo in questo momento. Conosco Joe (Talbot, il cantante della band di Bristol, ndSA) e adoro i Fontaines. Davvero un’ottima etichetta…

Qual è stato il momento più esaltante di Creation, dal punto di vista prettamente musicale?

Senza dubbio il 1991: avevamo i Primal Scream, i My Bloody Valentine

La tua passione ovviamente non si è esaurita, basti pensare alla It’s Creation, Baby…

Buona musica, è l’unica cosa che cerco! (ride, ndSA)

Di buona musica nel catalogo di questa fresca etichetta e di Creation ce n’è, ma, a proposito di quest’ultima, alcune canzoni pubblicate sfuggivano al credo estetico rock/psichedelico. Penso a Les Zarjaz, per esempio…

(Annuisce, ndSA) Oh sì, pubblicavamo quello che ci piaceva. Poi magari i gusti cambiano nel tempo…

Una cosa che non è cambiata è l’amicizia con Bobby Gillespie, che ha ricoperto praticamente ogni ruolo alla Creation: ha fatto in pratica l’A&R, stampava le copertine dei dischi, ovviamente artista sotto contratto…

Lo conosco da… quarantotto anni, un grande amico e un brav’uomo.

Beh, torniamo a Creation Stories. Pensi che il film possa far avvicinare nuovi ascoltatori alla musica di Creation?

Non ti saprei dire, non ho il polso della situazione. Sarò onesto: non penso che i ragazzi per strada verranno da me a dirmi «cazzo, ma sei tu!». Voglio dire, io non sono e non sono mai stato Ewen Bremner!

Certo, lui è Spud!

(ride, ndSA) Beh, è un film di Irvine Welsh, le cose non sono andate proprio in quel modo. Io non ho mai fatto alcune cose che fa il protagonista, ma, appunto, è un film.

Alan McGee, marzo 1997, foto di Jim Selby (Mirrorpix / Getty Images)

Anche leggendo la tua autobiografia, sembra impossibile che sia tutto vero…

E invece lì c’è solo la verità: i rave, i pugni, la droga, i tanti colpi di testa.

La scena di te che fai serata a Londra, prendi l’aereo per Los Angeles e continui a farla lì è emblematica. Senza smettere di prendere droghe, ovviamente…

Ci siamo divertiti tanto ed era un mondo diverso.

A un certo punto del libro scrivi che la prima volta che hai sentito gli Oasis non pensavi che sarebbero arrivati così in alto…

Erano una band davvero buona, non buona: davvero buona. Li ho messi sotto contratto perché dovevo, mi avevano convinto.

E alla prima occhiata pensavi che Bonehead fosse il cantante e Liam il pusher…

(Ride, ndSA) Solo perché le band all’epoca si vestivano e assomigliavano a Paul (Arthurs, Bonehead, ndSA). Quando l’ho visto sono andato dritto da lui è gli ho detto: «Quindi sei tu il fottuto cantante». Ne ero sicuro e invece mi ha indicato Liam.

UNITED KINGDOM – JANUARY 27: SPLASH CLUB Photo of Liam GALLAGHER and Paul ‘Bonehead’ ARTHURS and Paul ‘Guigsy’ McGUIGAN and OASIS, L-R: Paul ‘Guigsy’ McGuigan, Paul ‘Bonehead’ Arthurs, Tony McCarroll, Liam Gallagher – performing live onstage at The Water Rats (Photo by Ian Dickson/Redferns)

Ti piacciono le carriere soliste di Liam e Noel?

Sì, fanno ancora grandi canzoni, anche se non insieme. A te?

Io sono per il partito di Liam…

Quel ragazzo è nato per la grandezza.

Cos’altro ti piace ascoltare in questo periodo?

Premetto di non ascoltare musica che non rientri nei miei gusti, perciò ti dico Shame, Murder Capital. Mi piacciono un sacco gli Sleaford Mods. Mi piace quello che mi piace, non vado appresso ai suoni trendy o ciò che dovrei ascoltare per sentirmi figo. Mi piace quello che mi piace e ho gusti piuttosto semplici.

Credi che dopo la Brexit le band britanniche faticheranno a girare l’Europa?

La Gran Bretagna sta andando molto bene coi vaccini, la speranza è di riprendere al più presto con i concerti. Il no deal della Brexit ci distruggerà, ma spero che si troveranno degli accordi per facilitare alcuni punti, come la burocrazia per i tour.

A proposito di politica, uno dei momenti più significativi degli anni Novanta è stato il tuo appoggio, in quanto uomo della Creation e tramite per gli Oasis, al partito Laburista di Tony Blair…

Credo che gli Oasis abbiano dato un contributo fondamentale al partito, l’abbiano fatto conoscere ai più giovani. Questo supporto si è rivelato importante sia sul fronte politico, perché il Labour ha vinto dopo diciotto anni di governo Tory, sia su quello della musica, perché nel 1999 è stato introdotto il New Deal For Musicians, una serie di benefit per i musicisti che hanno permesso a molti di iniziare o continuare la propria carriera. In effetti, è stato un gran bel momento.

Erano altri tempi. Presentarti all’ufficio di Geoff Travis di Rough Trade con i tuoi dischi e chiedergli di fare da distributore per il paese, sembra impossibile ai giorni nostri…

Era un gran bel periodo. C’era bella musica e si lavorava a ritmo sostenuto, le band sbocciavano in ogni angolo. Era tutto semplice, consequenziale: abbiamo fatto un’etichetta, sono arrivati i primi soldi, ci siamo permessi un ufficio e via così.

Credi che gli artisti fossero più liberi?

Le persone erano più libere.

Usi Spotify?

Molto, non mi piace gettare soldi inutili ma come consumatore di musica mi piace. Tu?

Sì, ma non mi piace l’idea dei consigli dell’algoritmo…

Lo dici a uno che per quasi tutta la vita è andato nelle bettole ad ascoltare le band, perché i demo si sentivano uno schifo. Mi manca mettere su un vinile e ascoltarlo dall’inizio alla fine, è un rituale che non faccio più così, come avere una collezione di vinili. Ma mi piace essere sorpreso dalle cose.

Ultimamente è successo?

Beh, il film lo ha fatto: Jerry Knotts interpreta mio padre ed è fantastico. Thomas Turgoose è Dick Green (cofondatore della Creation, ndSA) ed è incredibile, ovviamente Ewen Bremner è bravissimo.

Io sono rimasto impressionato dalla somiglianza fisica e gestuale tra l’attore Leo Harvey-Elledge e Liam Gallagher…

Verissimo, anch’io. Quella è una bella scena.

Penso che il successo del tuo personaggio, non intendo nel film, sia legato alla tua tua profonda sincerità…

Ho avuto una vita molto piena: ho tramutato la mia passione il lavoro, sono stato depresso, mi sono consacrato all’edonismo. Ma mi sono anche comportato di merda, in alcuni casi, ho detto cose di cui mi sono pentito. Cosa dovrei fare, inventare una storia parallela? Ho scritto un libro con il solo intento di ricordare quasi tutto quello che potevo, ho scoperto con sorpresa che qualcuno ne ha tratto un film e non sono di quelli che rinnegano il passato o ciò che li ha resi famosi. Se non fossi mezzo rincoglionito dal vaccino dell’altro giorno starei ore a chiacchierare di tutto questo. Alla fine sono solo un semplice grande appassionato di musica.

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