Recensioni

6.7

Magari è ancora presto per dire se per i Black Angels si è definitivamente chiuso un ciclo, quello che corrisponde alla fase ascendente della loro parabola creativa. Di certo l’eccellenza di Phosphene Dream (2010) è ancora lontana. Se con il precedente lavoro Alex Maas e soci avevano perso in monoliticità per abbracciare un ventaglio di influenze più ampio e variopinto, Clear Lake Forest prosegue sulla solita direttrice compiendo però due aggiustamenti di tiro che lo rendono superiore.

Tanto per cominciare azzarda escursioni in anfratti ancora inesplorati dell’immaginario 60s. Non sempre riuscite, va detto. Se il ritmo sincopato di An Occurrence At 4507 South Third Street occhieggia agli esperimenti pre kraut dei Silver Apples e The Executioner suona come una versione space doom dei primi Pink Floyd, il finale velvetiano di Linda’s Gone non è né più e né meno che una calligrafica interpretazione di European Son. Un po’ poco per chi, in passato ha saputo imporre il proprio marchio con forte personalità. Il peggio arriva con l’organo didascalico che trasforma The Flop, nel brano più scolastico firmato dai Black Angels.

L’altro aggiustamento riguarda la qualità della produzione. E qui le cose vanno decisamente meglio. Quella di Indigo Meadow era un’alta fedeltà che rendeva il sound della band sin troppo lucido e affettato. Il mid-fi di Tired Eyes e Diamond Eyes si sposa con alcuni dei loro temi più melodici e dinamici di sempre. La band si stacca dai toni dark per inanellare due gioiellini jangle psichedelici, affini per potenza ed eleganza alle pagine migliori degli Screaming Trees, e in virtù dei quali è possibile coltivare speranze riguardo ad un soddisfacente proseguo artistico dell’esperienza Black Angels.

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