Recensioni

Auckland, chitarre affilate e ritornelli che si stampano: in quattro album i Beths sono diventati un riferimento dell’area power-pop/indie chitarristico che va da Teenage Fanclub a Fountains of Wayne, passando per la scuola Alvvays/Charly Bliss. La firma con ANTI- sancisce il passaggio da band “da sala prove” a progetto pienamente da studio: gli arrangiamenti si fanno più cesellati, c’è qualche tocco di piano/organetto in più, c’è la consueta allergia ai synth e la penna diaristica di Elizabeth Stokes che mette ordine (a modo suo) nel caos emotivo. Il gruppo sa far suonare classico ciò che è contemporaneo: le chitarre in controcanto di Jonathan Pearce, la sezione ritmica che corre senza sudare (Tristan Deck e Benjamin Sinclair), e, soprattutto, una produzione pulita ma non piatta.
Un problema poteva rappresentare un avvio leggermente più timido del solito: il nuovo album Straight Line Was a Lie parte in salita. Fino a Metal (più o meno), i brani hanno l’aria di voler mettere tutti d’accordo, con quell’enfasi da corridoio liceale – quasi in profumo di high school musical – che spinge i ritornelli a spalancarsi più di quanto il contenuto non richieda. Lo stesso singolo di lancio Metal è zucchero a rilascio immediato, impeccabile nella carpenteria (con le chitarrine alla Marr e le melodie alla Camera Obscura), ma forse fin troppo accomodante; No Joy gira su automatismi del catalogo power-pop (strofa che spinge, ponte che ammicca, coro-slogan), la title-track enuncia benissimo il manifesto (vedere la nostra recensione di The Line Is a Curve di Kae Tempest per trovare degli inaspettati parallelismi), ma in definitiva resta poco più di un midtempo educato.
In generale, la band sembra guardare dritto al pubblico più giovane – adolescenti che vogliono cantare forte e farsi abbracciare dalle ampie linee vocali – e il mestiere rischia spesso di prendere il sopravvento sulla frizione emotiva. Resta però il fatto che le melodie sono fortissime, a tratti memorabili, e su questo non c’è veramente niente da dire. L’innovazione del linguaggio, certo, rimane al palo. Ma è davvero quello che cerchiamo in questa band?
Forse, piuttosto, ci sembra indispensabile quel nostalgico “giro sull’ottovolante emozionale dell’indie anni ’90”. Quando i Beths allentano la morsa, infatti, abbassano i fari e lasciano entrare aria, i brani respirano e colpiscono più a fondo. Mother, Pray for Me è il cuore nudo del lavoro: con le chitarre rade e la voce che vibra su un registro dolcemente teso e con quel graffio flautato che – a tratti – richiama la verticalità emotiva di Dolores O’Riordan (Cranberries) senza scimmiottarla. La coda del disco mette in fila le scelte armoniche più curiose, incastri e melodie che si parlano davvero (senza scomodare mccartney/lennon, marr/morrissey, i ghallagher) e testi che rinunciano al punchline per restare addosso come un livido. La ritmica simil-Talking Heads di Best Laid Plans chiude un disco che non spreca i suoi colpi: non ci trovi la solita grandinata di effetti, ma solo una scrittura che si allunga e si stringe con naturalezza, come se la band avesse finalmente trovato il perfetto punto di cottura.
È inutile sottolineare che dentro ci senti un patrimonio di rimandi: la scaltrezza melodica dei La’s nei ritornelli, certe diagonali chitarristiche college-rock primi Duemila, persino echi (futuri?) di quel pop-drama che oggi porta orde di fan under-20 a cantare a squarciagola tra Paramore e la teatralità di musical come Mean Girls o Dear Evan Hansen. È una traiettoria sensata per una band che ha sempre curato prima di tutto il gancio melodico: se domani qualcuno volesse unire chitarre indie e pathos da palcoscenico, qui trova un manuale breve su come mantenere dignità e mestiere.
Resta il dato centrale: i Beths non inventano o rivoluzionano nessuna forma. La rigenerano, la bilanciano, la lucidano benissimo, ma la geometria rimane quella. E va bene così, se accetti l’album per quello che è: un lavoro di alta artigianalità pop che prende velocità fino a far dimenticare le esitazioni iniziali. Il fascino sta nella precisione dei dettagli (voce sempre al centro, chitarre che non invadono, batteria che spinge senza impastare), in un disco solido, più riuscito dietro che davanti. E alla fine, i Beths ricordano perché sono arrivati fin qui.
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