Recensioni

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Le reunion sono fenomeni strani. Equivoci. Anzi, qualcuno direbbe: scivolosi. Prendete gli Afghan Whigs: da quando dieci anni fa Greg Dulli decise di rimettere in piedi la ditta, abbiamo potuto godere di due lavori – Do to the Beast del 2014 e In Spades del 2017 – più che dignitosi, che non tolgono nulla a quanto di buono (persino di grande) ha fatto la band di Cincinnati nei 90s ma neppure aggiungono, quasi che agissero su altre frequenze, su un altro piano espressivo rispetto al percorso originale. Questione di contesto, innanzitutto. Di motivi? 

Ci sono reunion e reunion. Ci sono quelle che passano all’incasso della mitologia residua, offrendo una vera e propria riesumazione emotiva per fan ben lieti di rianimare la brace sotto la cenere. In questi casi la musica nuova manca o è puro pretesto, un gadget accessorio: nessuno s’illude sulle reali intenzioni e sulle possibilità della faccenda. Poi ci sono le reunion che rimettono in moto il vecchio motore e provano a salire sul nastro del presente. Talvolta disarmanti, mortificanti, soprattutto quando evitano di pagare il ticket del tempo passato e – peggio – tentano di indossare gli abiti di una contemporaneità a cui chiaramente non appartengono. Talaltra invece si rivelano interessanti proprio per come elaborano la loro persistenza, il loro esserci comunque

La reunion di Dulli e compagni di viaggio (assieme a lui della formazione originale è rimasto il solo John Curley) appartiene a quest’ultima categoria. In primo luogo, e grazie al cielo, gli Afghan danno la sensazione di non dover dimostrare nulla. È quello che ribadisce il nuovo e nono album, malgrado introduca evidenti elementi di cambiamento: la miscela di black music e rock più o meno hard(core) che li caratterizzò nella fase eroica si fa impollinare oggi da una psichedelia sfrangiata, mentre una specie di euforia elettronica pervade i timbri e le strutture, ma più che un tentativo di agganciarsi a chissà quale filone contemporaneo sembra il frutto di una situazione contingente, la rappresentazione di una trappola e del bisogno di uscirne. Già: un po’ banalmente, questo How Do You Burn? è il loro album del lockdown, concepito nella sconcertante dinamica tra isolamento, distanza e connessione con cui tutti abbiamo fatto i conti nel 2020. 

Curioso e forse emblematico il tema ricorrente nei videoclip dei singoli che ne hanno anticipato l’uscita, mi riferisco a quei personaggi con indosso una tuta spaziale, quasi dei Daft Punk male in arnese, come a simboleggiare il balzo dimensionale che queste canzoni hanno dovuto compiere per esistere nel presente. Inevitabile scorgere un rimando alla copertina di 1965, sesto e ultimo album del primo periodo Afghan Whigs, quello che metteva a sistema in senso radiofonico il loro codice, normalizzandosi come francamente non ci saremmo augurati. Non a caso fu un po’ lo scoglio su cui si infranse temporaneamente la loro avventura. 

Anche in How Do You Burn? il linguaggio degli Afghan sembra per molti versi domato e a tratti piuttosto radiofonico, tuttavia non si avverte il retrogusto fastidioso di una band che tenta di scendere a patti. Ha più l’aspetto, bontà sua, di un codice espressivo modellato dal tempo, uscito abbastanza vivo dall’imbuto degli anni. È vero che certe ballate acide – come la sorprendentemente smithsiana A Line Of Shots – o pervase di massimalismo pop-rock – la toccante Domino And Jimmy in duetto con Marcy Mays, che ricorderete nella splendida My Curse – si avvicinano pericolosamente all’orbita del singalong da stadio alla Coldplay, ma lo fanno con quella vena storta e cupa che i Coldplay non potrebbero mai avere, perché il punto non è (non sembra) andare a solleticare la pancia del mainstream, ma innanzitutto dare forma a una miscela di amarezze, fatalismo, inquietudini, dolore, stanchezza, fantasmi, disillusione e tutto quello insomma che ti porta in dote l’età, scoprendo che non ha più alcun senso preoccuparsi se stare da una parte o l’altra di chissà quale barricata alternativa. L’unica cosa che ha senso è, appunto, dare forma all’informe, e offrirlo in pasto a più orecchie possibili.

Ora, dal momento che Dulli è Dulli, un gentleman col tirapugni nel taschino, uno che non si è mai fatto problemi a seguire l’istinto, a costo di far deragliare melodie tanto più sghembe quanto più potenti, uno che ha attraversato i primi vent’anni del terzo millennio in compagnia del proprio spettro senza azzeccare una quadra definitiva ma riuscendo tutto sommato a mantenere la rotta, ecco, dal momento che quello stesso Dulli ha saputo arrivare fin qui, anno 2022, magari più smerigliato, certo più quieto, equilibrato, a tratti persino canonico, non stupisce che nella sua musica continui a celarsi comunque un quid anomalo, storto, infetto. Ed è quello che fa la differenza.   

Un po’ come succedeva negli ultimi anni al suo caro amico Mark Lanegan, la cui presenza aleggia forte su questo disco: difatti ne ha concepito il titolo e ha contribuito ai cori in Jyja, blues dai tratti androidi (vengono in mente i Depeche Mode di Songs Of Faith And Devotion) e piuttosto monocorde, ma benedetto da un finale che svisa dullianamente tra rapimento e delirio. Al mai abbastanza rimpianto Mark viene da pensare anche con la opening I’ll Make You See God, un punk-blues vorticoso e desertico come ne uscivano dagli antri sabbiosi delle collaborazioni con Josh Homme, e come quelle – a dire il vero – zavorrato da una vertigine di cliché. 

The Getaway è un’altra potenziale candidata a ritagliarsi spazio tra airplay e playlist, speziata com’è di psichedelia beatlesiana fino a farne vibrare i contorni, risoluta nel suo procedere in punta di trepidazione mentre avverte sul collo il fiato di un’irrequietezza quasi Soundgarden (altezza, va da sé, Down On The Upside). Qualche numero da classifica potrebbe averlo anche la curiosa Catch A Colt, strutturata su un ostinato di piano ipnotico e carburata dallo sfarfallare serrato delle percussioni, mentre folk, gospel, fregole latine e la brezza cinematica degli archi s’impastano in una giga neanche troppo vagamente anni Settanta.

Si aggira nella comfort zone di un soul senza troppo genio ma a cuore generosamente esposto Please, Baby, Please, così come Concealer è una di quelle ballate a fari bassi che i vecchi Afghan non avrebbero proposto a questo grado di morbidezza, ma in cui pure avverti l’antica capacità di rimestare nel torbido, dove non riesci a distinguere tra affetto e ossessione, tra patologia e struggimento. Detto di una Take Me There che zompa mefistofelica come un teatrino Bad Seeds, ma che non riesce a spingersi molto oltre la dimensione – appunto – del teatrino, resta da rendere giustizia alla conclusiva In Flames, nel cui crescendo rovente convergono le fregole psichedeliche e gli spettri blues-rock da taverna scavata in un golfo mistico, tutta un’ansia di conti da far quadrare e che infatti quadrano, mentre il vecchio groviglio ribolle quel tanto che basta a ribadire quanto in profondità poteva (potrebbe) spingersi la lama.         

Tutto considerato, gli Afghan Whigs hanno messo a segno un buon album, onesto nel suo stesso scendere a patti coi tempi, col mestiere, con l’età. D’accordo, dell’incendio di cui erano capaci almeno fino a Black Love non resta che qualche scintilla, e hai la sensazione che ci sia sempre un estintore da qualche parte, ma il punto è questo: un ex-piromane ha comunque una storia da raccontarti, può mettere in gioco la sua anima piena di buchi, conti sballati e ingranaggi che non combaciano. Ed è proprio quello che l’anima – la tua – ogni tanto ha bisogno di sentire.

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