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Eh sì, gli Afghan Wighs: il negro rovello del soul, le torride sventagliate del grunge, un trapano che scava nel vivo. Motore alimentato a tormenti d’anima, di cui meccanico, pilota e carburante fu mister Greg Dulli, da Cincinnati, Ohio. Un druido invasato, vagamente (?) malsano, pazzo come spesso devono essere quelli che seguono una strada ad ogni costo. Sensibilità tortuosa, i cui rovelli cospireranno nel giro di qualche anno un micidiale esaurimento nervoso. Nel 1988 è però storia lontana da venire. Andavano prima colti i frutti di un impeto che stava gonfiando in quel tramonto tensioattivo degli eighties, quello stesso che proiettò Seattle al centro delle coordinate rock mondiali. Artefice principale fu l’etichetta Sub Pop, la quale – intravisto nell’esuberante debutto dei Whigs Big Top Halloween (Ultrasuede, 1988) il luccichio del talento – non se li fece sfuggire.Per Dulli e compagni fu la grande chance, l’occasione per solcare la spuma dell’onda grunge. Col rischio di finirne sommersi.

In effetti, Up In It (Sub Pop, 1990) non prese sufficientemente le distanze, fece girare trottole piuttosto frettolose attorno ad ormai risaputi spurghi posthardcore. Il successivo Congregation saettò invece come una lama nell’ombra. Colpì nel mucchio, e non lasciò scampo. Corde dall’affilatura scabra, stratificate come una carneficina. Drumming aspro, sordido, pungente come fosse avvolto in lana di vetro. Quella voce che inciampa nella gola, s’avventura in alto, scarta di lato dove non può (e talvolta neanche sa), per poi svanire tra assolo scomposti, tra raffiche piene di detriti.

Canzoni sinuose vittime di febbrili depravazioni: l’esame autoptico del cadavere rinverrà nelle viscere tracce di soul ingoiato vivo, ancora pulsante, indigerito. T’imbatti in certe intuizioni melodiche sistematicamente (e sciaguratamente) gambizzate, tuttavia (perciò) irresistibili: è il caso di Tonight, blues vampiresco e disperato, con l’ugola di Dulli a sgretolarsi tra una tosta chitarra acustica e il lavorio infernale delle elettriche. Ed è il caso della centrifuga errebì Turn On The Water, col suo basso ipertrofico, le farneticanti chitarre hard funky, le spasmodiche sgarberie del piano. E cosa dire del fraseggio ebbro di Conjure Me, fulmicotone hard innervato di black music fino alla polpa, col chorus infestato di problematici percorsi sentimentali, gli stessi che Let Me Lie To You aggroviglia in uno splendido valzer a precipizio? Pezzi al fulmicotone, una “lubrificata” e te li ritrovi a copulare con ogni playlist: ma Greg e compagni di merende – pazzoidi sadomaso – cantano e suonano impastando sabbia e vaselina. Al confronto, i Nirvana facevano accademia. Però i Nirvana (avviati a diventare fenomeno massmediale globale) avevano la purezza sconcertante di Cobain, quel furore intossicato ma pur sempre angelico. Dulli era invece un’anima scellerata, difficile da piazzare, scomoda come può esserlo chi è scomodo anche a se stesso. La sua musica lo ritrae fedelmente, povero diavolo in bilico tra perversione, tracotanza e romanticismo. Tra energia e dissoluzione.

Un intreccio veemente di soul “sbiancato” e rock truce. Una miscela esplosiva, ma instabile. Poco gestibile. Fuori controllo. A gioco lungo, deleteria.Per chiosare, due parole sulla copertina: c’è una ragazza nera, nuda, nel buio di un prato, seduta su un telo rosso che la incornicia di morbidi panneggi; tiene in braccio una bimba bianca, piangente. E’ l’immagine consapevolmente artificiosa di una madonna contemporanea. E’ la didascalia di un’ossessione. Descrive tutto come meglio non si potrebbe.

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