Recensioni

Ne è passato di tempo da quel 2009/2010 in cui si provava a sperimentare su Distraction Records (We were not there for the beginning, we won’t be there for the end). I Tempelhof cambiano casacca e approdano al secondo disco con un’elettronica intimista, piena di minimalismo, visioni di paesaggi arty-wave dei già citati esordi e di futuri post-dubstep.
Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani, dopo due EP sempre su Hell Yeah (You K nel 2012 e City Airport della scorsa estate) e svariati remix (tra gli altri: Ajello, Crimea X, Fabrizio Mammarella e Confusional Quartet, raccolti in digitale in The Remixes) propongono nove tracce che idealmente potrebbero essere divise in un lato A (le prime cinque) più minimal/ambient e un lato B corto, più da ballo.
Drake introduce il discorso con suoni aggraziati e progressivi, Monday Is Black viaggia su nebbie meditative e qualche colpo vocale con battute spezzate, Change alza il tiro con ricordi suburban-Burial, Nothing on the Horizon (forse il pezzo più riuscito) ti lascia sballottato fra club e vocal femminili oniriche, Sinking Nation e She Can’t Forgive preparano la pista per la baldelliana The Dusk o per la conclusiva bonus track.
Un disco che volontariamente non decolla ed eredita molto dai gusti raffinati dei synth ’00 nordici (Tarwater, múm). Piacerà moltissimo a chi rimpiange quel periodo di electro-diaspora dall’acid o anche agli ex abbonati di New Age and New Sounds. Si ascolta bene, piacevole, ma come dice il titolo, alla lunga risulta un po’ troppo freddo. Per scaldare la pista aspettiamo stomping più calorosi. Buono sì, ma per la decompressione.
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