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7.3

I Teeth of the sea sono il gruppo arty di casa Rocket recordings, una delle più credibili etichette psych grazie ai vari Goat, Gnod, Anthroprophh e White Hills, tutta gente – tra l’altro – approvata dal bollino di qualità Julian Cope. Aggiungiamo anche che il quartetto londinese si è spesso gongolato in questo stilema arty, ricercando un suono post-tutto capace di unire synth 80s, riff metal, psichedelia, noise industrial e drumming tronfi in 4/4, con l’ovvio problema di assemblare il materiale in maniera fluida (vedi il precedente Your Mercury).

Ora però le cose sono cambiate, e in meglio. Si dice sia stato fondamentale il passaggio di Reaper, brano/performance ispirato al film trash fantascientifico Doomsday (bah!) che ha permesso al combo di inquadrare al meglio un immaginario sci-fi di riferimento e di travasarlo nella nuova fatica in studio. Master risolve quindi la questione coerenza, trovando un filo conduttore retrò / sci-fi che macina gli anni ’80 – più del solito Blade Runner, il solito Carpenter – e li risputa in una versione 3d dei Trans Am. Tra le righe si legge l’amore per i Goblin, per la Industrial records quando appunto si parla di power electronics e industrial (Put me on your shoulders so i can see the Rats, All human is error), per i synth più che per le chitarre. Al di là di citazioni e influenze, comunque, è singolare il viaggio, costruito – come da artwork – in continua dialettica tra architettura post- e pensiero psych, tra ricercatezza e approccio popular.

La svolta del combo è dunque il passaggio da un approccio frammentario a uno narrativo, uno stratagemma che tiene salda la rotta e trova un minimo comune denominatore nei dieci minuti finali di Responder: psichedelia a tutto tondo tra tribalismi, voci robotizzate, cassa in 4/4 e fiati in astrazione verticale. Disco della maturità.

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