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7.5

È il 2019. La pandemia sembra essere materia di serie tv o di film post-apocalittici a buon mercato, e comunque simile a qualcosa che non potrà mai davvero toccarci da vicino. Tra i tavoli di un pub londinese, il George Tavern – fucina di scambi e libertà artistica gestito da Pauline Forster nel quartiere medievale di Shadwell, East London – Ike Gray (microfono e chitarra) Will McCrossan (tastiere, drum machine), Tom Rogers-Coltman (chitarra, sassofono), Ronnie Longfellow (basso), Emily Hubbard (cornetta, sintetizzatore) e Wilf Cartwright (batteria, violoncello) fantasticano su un progetto che incorpori le numerose istanze di ognuno. Ad accomunarli, la fascinazione per artisti quali Henry Darger, Henri Rousseau e Philip Guston ma anche i romanzi di Swift e Joyce; elementi che troveranno concreto riscontro nella definizione di un immaginario iconografico che lega a doppio filo sia gli artwork che lo stile comunicativo della band, decisa nel battezzarsi con il nome Tapir!.

Siamo ancora nel 2019. C’è da mettersi alla prova, capire se realmente possa esserci un seguito per quelle che al momento sono solo suggestioni. Sempre al Tavern quell’anno ad ascoltarli c’è Yuri Shibuichi, batterista degli Honeyglaze  che si offre come produttore ed il progetto inizia a prendere forma, prima da remoto (causa pandemia), poi in studio. Nel 2022, le cose iniziano davvero a tornare: la miscela è melliflua sì ma ricca di tonalità, le melodie si fanno porto franco per anime e cuori in tempesta.

Tempo qualche mese, voltato l’anno, il tapiro pubblica tre EP da quattro pezzi ciascuno divisi in altrettanti Atti, proprio come in un’opera di shakespeariana memoria. L’obiettivo è raccontare in musica la storia di un viaggiatore solitario – una creatura rossa dal nome The Pilgrim – smarrito tra foreste cupe, mari in tempesta e montagne popolate di creature mitologiche. E quel che sembra qui funzionare trova infine genuino riscontro nei tre atti che formano il racconto di quest’opera prima: The Pilgrim, Their God and The King Of My Decrepit Mountain.

Non ci sono scossoni ma l’ascoltatore è continuamente catapultato – in ognuno dei dodici episodi – tra le lande di un mondo etereo, carezzevole, inafferrabile. Se i temi hanno toni ed aurea epica, il “suono” non è sicuramente secondario: debitori di quel Canterbury sound – che tra gli anni ’60 e ’70 accomunò artisti legati tra loro dalla voglia di mescolare il rock psichedelico, il jazz, la musica d’avanguardia e la musica elettronica facendo leva su testi dalle forti connotazioni surreali (si pensi a Robert Wyatt o ai Gong di Daevid Allen) – i Tapir! alternano, mescolandole con disinvoltura, matrici indie-folk (Mountain Song) e una pastella al limite del post-rock (la splendida Gymnopédie sembra venir fuori da quel Takk di casa Sigur Ròs esaltata però da un tappeto di fiati utile a cristallizzarne l’estatica perfezione), con echi chamber-pop provenienti da un’epoca lontana (My God).

La peculiarità del progetto consiste nell’incredibile numero di spunti e riferimenti che è possibile cogliere nei brani in scaletta: l’umbratilità calibrata dei Tinderstick (Broken Ark), la natura camaleontica del più ispirato Jim O’Rourke, le basse frequenze in chiave Nick Drake (Eidolon), le tessiture strumentali di casa Radiohead (On A Grassy Knoll affonda le radici in quel pattern di arpeggi su cui si sostiene la Weird Fishes di In Rainbows) o i più bucolici Fleet Foxes. Volendo scavare ancor più in profondità, The Pilgrim, Their God and The King Of My Decrepit Mountain sembra avere più di un punto di contatto con alcune recenti uscite discografiche alla cui base si avverte la necessità di leggere criticamente il quotidiano pur mantenendo una proverbiale riservatezza. Uno scrutare da lontano animato che sembra farsi difesa.

Penso al nuovo lavoro dell’ex Midlake, Tim Smith, ascrivibile alla voce Harp (Albion è l’album uscito alla fine del 2023) e all’ottimo e più recente Bill Ryder-Jones e al suo Iechyd Da: ad accomunarli uno scoramento assieme personale (storie personali complicate, insicurezze) e sociale (un senso di smarrimento in un’Inghilterra post-Brexit in cui è difficile riconoscersi) ma anche la voglia di ritagliarsi uno spazio al di fuori del ritmo frenetico del quotidiano.

Tutti progetti accomunati da questo nuovo pastoralismo nella vena dell’hauntology, ciò che Fisher definiva “nostalgia per i futuri passati”, teoria secondo cui la nostra epoca non potendo contare su un contesto che permetta di vedere nuovi futuri all’orizzonte, si dedica all’esplorazione di passati re-immaginati. Ed è proprio l’Inghilterra, tra gli altri, il Paese che più ruota intorno alla “riscoperta” del paesaggio e di una dimensione che si può definire, per l’appunto, “pastorale”.

Inafferrabili ma decifrabili come una delicata fiaba per bambini, i Tapir! consegnano – appena all’inizio di questo 2024 – un album denso di contenuti e dalle sonorità camaleontiche. Il tapiro rosso è solo all’inizio del suo viaggio ed è lecito avere una certa curiosità per le sue prossime tappe.

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