Recensioni

7.1

In questi otto anni, passati lontano dai riflettori un po’ per scelta ma altrettanto per necessità, Paul van Haver ha dovuto fare i conti con difficoltà fisiche e demoni mentali. Prima la malaria, contratta durante una serie di concerti in Africa, poi le reazioni avverse ai farmaci utilizzati per curarla e la depressione strisciante nata proprio in quel periodo debilitante.

Quando, a gennaio, Stromae è apparso in televisione intervistato al telegiornale francese di TF1, poco o nulla di tutto ciò sembrava trasparire dalla consueta sicurezza che mostrava davanti alla telecamera. Eppure. A un certo punto, in risposta alla giornalista che gli chiedeva se la musica l’avesse aiutato a liberarsi della solitudine, il cantante ha rivolto lo sguardo direttamente in camera e iniziato a cantare. “A volte ho avuto pensieri suicidi / E non ne vado fiero / A volte pensiamo che sia l’unico modo per metterli a tacere / Questi pensieri che mi fanno passare l’inferno”. Senza mezzi termini, all’ora di cena sulla rete più seguita del paese, Stromae ha portato un tema forte, vissuto e raccontato in prima persona nel secondo singolo che anticipava questo album. L’Enfer, l’inferno, scelto per arrivare al pubblico il più possibile senza filtri. 

Qualche mese prima, era stato Santé a ripresentarci Van Haver: il brano è un manifesto dell’approccio al pop di Stromae, questa volta però meticciato con un charango che sostiene una melodia lasciva di synth che strizza l’occhio alla cumbia. Profonda introspezione, spiccata esplorazione musicale. Sono in effetti questi due gli elementi cardine di Multitude. 

Il significato di essere padre, già esplorato con gli occhi del figlio in papaoutai, qui assume forme nuove: sensoriali, scabrose, esplicite. Sono quelle di una C’est que du bonheur dal ritmo dembow “amazzonico” dedicata al figlio e alla gioia di essere padre (una delle cose che, canta, gli hanno salvato la vita) nonostante pannolini puzzolenti, vomito, e secrezioni varie: saranno le stesse che, prevede, il figlio dovrà affrontare quando i genitori saranno vecchi. Ma l’intimità si fa ancora più spinta quando, in Mauvaise Journée, Stromae si lancia in analisi sulla bontà della giornata a partire dalla qualità della propria defecazione… Per quello che è un brano irriverente e disilluso che affronta ancora una volta la depressione. 

Insomma: chi lo ricordava nella sua veste al confine con la dance in Alors on danse o nella stessa papaoutai, qui avrà da riaggiornare i riferimenti. Il disco è un vero concentrato di influenze; una moltitudine di suoni e strumenti. C’è l’erhu cinese, una sorta di violino tradizionale suonato da Guo Gan, che su La Solassitude (parola composta che descrive un misto di solitudine e stanchezza) colora di orientale un afro pop ritmato rendendolo affascinante, mentre Stromae racconta una (tutto sommato banale) storia di amore altalenante. Ci sono il cavaquinho e il charango, così come flauti mediorientali quali il ney e lo zurna. Quel che ne viene fuori non è però un caos di sovrapposizioni post-genere: la grammatica è ancora quella pop e fresca della scrittura di van Haver, asciugata delle componenti più banalotte e da luna park di Racine Carrée e di conseguenza anche filologicamente più accattivante.

Stromae, nei panni di un’umanità variegata che interpreta con il consueto istrionismo, si muove raccontando le insicurezze di uno stronzo che accampa scuse su scuse nel calypso di Mon Amour, o la vita di una sex worker in Fils de Joie attraverso gli occhi predatori di tre uomini e quelli del figlio che fieramente la difende. E poi ancora e sempre la soggettività, Déclaration: altro momento personale di assoluta devozione verso la sua compagna e il lavoro di cura delle donne, nonché l’ancora lunga strada da fare per raggiungere la parità di genere (canta in falsetto T’inquiète pas / ça va aller / faudra bien que ça change, non ti preoccupare / andrà bene / le cose cambieranno, su un tappeto frastagliato di synth e la melodia orientale dello zurna). 

La scaletta si chiude con una doppietta, dualismo tra pessimismo e ottimismo in Mauvaise Journée e Bonne Journée. La prima prende le mosse dal già citato parallelismo scatologico per delineare la noia seducente – rispecchiata da un arrangiamento lascivo – di certe giornate (Encore un bonne journée de merde / comme un journée de confinement, un’altra bella giornata di merda / come una giornata di reclusione); la seconda, conclusiva, ribalta il pessimismo della precedente: non c’è più bisogno di pulirsi a lungo dopo essere stati in bagno, e la strada è dolce come un giorno di libertà. In definitiva: un invito a saper vedere la realtà da molte angolazioni, da una moltitudine di prospettive.

Otto anni di silenzio, tre anni di lavorazione dietro questo Multitude: nel mezzo una vita riacciuffata (e l’opener Invincu è un orgoglioso inno) e la consolidata capacità di parlare dritto negli occhi al pubblico – quello francofono, è inevitabile, in larga maggioranza – raccontando cadute, riprese, salite e discese. In una veste per nulla banale. Non male Stromae, non male. 

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