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È incredibile come, a ogni suo nuovo film, Steven Soderbergh confermi sempre di più sua eccezionalità e la sua importanza per il panorama cinematografico contemporaneo. Peculiarità che probabilmente gli saranno riconosciute in seguito molto più di quanto lo siano ora. Pochi altri, come il regista statunitense, in tempi recenti sono stati in grado di riflettere sulle potenzialità linguistiche attraverso un personalissimo percorso condotto in piena coerenza con la scelta di indipendenza produttiva.

Presence (trentaseiesima pellicola, scusate se è poco) è la quintessenza della poetica di Soderbergh nella sua accezione di cinema che fa ricerca sul cinema, grazie al supporto decisivo di David Koepp in sede di scrittura. La terza (in realtà seconda) collaborazione tra i due è una pellicola teorica e sperimentale che dimostra come uno sceneggiatore di grande cultura cinefila e dal respiro classico sia l’ideale per completare una visione invece sempre mirata all’avanguardismo, quella tipica del regista di Atlanta. Una completezza che ha sempre fatto le fortune della filmografia del cineasta in passato e che con i rimandi hitchcockiani di Black Bag: Doppio Gioco si era fatta sentire in tutta la sua necessità per arrivare all’eccellenza.

Guardi dalla parte sbagliata.

L’innesco del titolo è quello di un classico horror con i fantasmi, anzi con la casa infestata dai fantasmi, in cui una famiglia medio–tendente all’alto borghese statunitense apparentemente perfetta si trasferisce, premunendosi di effettuare quel salto sociale che da questa parte del mondo fa scopa con un cospicuo esborso economico. Una casa coloniale, come la tradizione cinematografica orrorifica esige.

Il motivo del trasloco apre la strada ai traumi del nucleo protagonista (madre, padre, figlia e figlio), per l’occasione concentrati nel vissuto della ragazza, che ha perso la sua migliore amica in circostanze tragiche e misteriose. Ovviamente questo cambio di domicilio non aiuterà i nostri a migliorare la situazione; anzi, durante il film le tensioni si ampliano, suggerendo come la madre potrebbe essere coinvolta in una truffa, come il padre sia in crisi personale e come il loro ragazzo d’oro possa perdere la strada verso i successi sportivi che l’hanno sempre contraddistinto a causa, magari, di compagnie sbagliate.

Non si può neanche più riflettere in pace.

E il fantasma, direte voi? Il fantasma potrebbe essere la migliore amica scomparsa della figlia maggiore. Potrebbe essere o potrebbe non essere, ma quello che Soderbergh ci dice con certezza è che il fantasma siamo noi che guardiamo. La riflessione di Presence sul linguaggio nasce dal punto di vista adottato, che è quello della presenza stessa, quindi esterno rispetto alla famiglia, ma interno alla casa. Una posizione doppia, esattamente quella di chi si rapporta al linguaggio cinematografico, che il regista realizza grazie a una soggettiva quadrangolare ottenuta con un 14mm (stra)teso che dà l’effetto dei 360 gradi.

La trovata del film è quella di forzare man mano le barriere di questa prospettiva facendo leva sulla sua accezione voyeuristica. Lo spettatore è, di fatto, posto in una “casa cinema” dove può muoversi in modo apparentemente libero, quindi senza timore di essere notato e in una costante posizione di forza rispetto a ciò che osserva. C’è addirittura l’illusione di poter operare su quello che si vede, ma sempre da una posizione che non coinvolge mai direttamente, quindi senza conseguenze dirette.

Una caratteristica che rimanda, in modo neanche troppo velato, a uno dei mali dello sguardo contemporaneo, che ha abituato il fruitore a una visione distaccata e deresponsabilizzata del contenuto, grazie alla sua (in realtà falsa) onnipotenza e onnipresenza. Una cosa della serie: “posso vedere tutto, quindi tutto perde il proprio peso specifico”. Come se l’assenza di barriere creasse la barriera più forte di tutte, quella in grado di annullare la potenza stessa dell’immagine, sia quella cinematografica sia i suoi derivati vari ed eventuali.

Incredibilmente vicino.

A questo punto il film compie il passo decisivo, e la cosa straordinaria è che lo fa in modo naturale e impeccabilmente coerente con le premesse formali con cui è stato concepito, trasformando in azione il potenziale dello sguardo dello spettatore. Esso diventa pienamente quello di una presenza vera e propria, dimostrando allo spettatore che ciò che si può vedere si può influenzare perché in realtà ha un peso che lo (e ci) riguarda. Si tratta di uno shock elegante e controllato che però è in grado di destabilizzare per il suo semplice atto rivelatore di un cortocircuito a cui ci ha assuefatti al punto da farci perdere interesse per il controllo.

Soderbergh pensa a Presence immaginando che il cinema possa essere in grado (o, visto l’uso di meccanismi evergreen, che sia stato sempre in grado) di sconvolgere questa equazione penalizzante e pericolosa, in quanto mezzo che può fornire allo spettatore una finestra unica. Il cinema, avendo il potere di rimettere a fuoco ciò che si guarda, ha anche quello di rimettere a fuoco chi guarda. Se non ci smuove guardare l’altro, magari lo farà guardare chi siamo (ammesso che siano due cose separabili). Il resto è una questione di coscienza.

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