Recensioni

Kimi – Qualcuno in ascolto è il settimo film in cinque anni diretto da Steven Soderbergh. Mica male per qualcuno che aveva annunciato più volte l’intenzione di ritirarsi dal mondo di Hollywood. E in un certo qual modo, il regista di film quali Sesso, bugie e videotape, la trilogia di Ocean con George Clooney e Brad Pitt, arrivato all’Oscar con Traffic, ha stabilito una certa distanza tra sé e la macchina hollywoodiana ormai da qualche anno. Dal 2017, appunto, anno in cui la sua prolificità è esplosa, questa è coincisa anche con l’arrivo di prodotti più piccoli, mirati e particolarmente attenti alle inquietudini del quotidiano e del rapporto del soggetto con una realtà circostante spesso ostile.
Da questo punto di vista, potremmo dire che Kimi – Qualcuno in ascolto è l’altra faccia della medaglia di Unsane. Laddove avevamo una protagonista costretta a venire a patti con la propria instabilità mentale, qui il personaggio di Angela Childs magnificamente interpretato da Zoë Kravitz è costantemente portato a credere dall’ambiente esterno che le proprie paranoie stiano prendendo il sopravvento sulla realtà, che invece è già perfettamente allineata con gli schemi paranoici di ogni individuo, grazie all’intercessione di un’intelligenza artificiale svuotata di ogni tipo di empatia o compassione.
Nel ripetere un topos già ampiamente sviscerato dal mondo del cinema, quello della scoperta accidentale di un omicidio o di ciò che non doveva essere visto (o sentito), Soderbergh aggiorna quelle istanze all’epoca contemporanea e instilla nella propria protagonista una voglia incessante di tornare alla normalità che è figlia dell’epoca in cui è ambientata la vicenda. Kimi – Qualcuno in ascolto è infatti posizionato narrativamente poco tempo dopo la conclusione del lockdown da coronavirus, anche esplicitamente citato nel corso del film, e porta quindi con sé tutta una serie di riflessioni che vanno dalla necessità dello stare chiusi in casa alla impossibilità di costruire rapporti sociali e interazioni che vadano al di là della semplice utilità giornaliera. La stessa Angela appare come eccessivamente annebbiata, risultato di diversi traumi che l’hanno colpita poco prima che il mondo intero precipitasse nell’incubo collettivo della pandemia.
Soderbergh, forte della lezione di capisaldi del genere come La conversazione di Francis Ford Coppola o Blow Out di Brian De Palma (questi due più dell’ovvio riferimento a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock), è abile ad organizzare una messa in scena volta a valorizzare le geometrie entro cui si muove la sua protagonista (si noti anche il preciso lavoro sul sonoro). Lo si nota in particolare quando la stessa non si trova al centro dell’inquadratura ma ai suoi lati, agli angoli, quasi a suggerire la sua posizione marginale rispetto alla vita stessa che le scorre intorno. Non è un caso, quindi, che i virtuosismi più evidenti irrompano nell’inquadratura con l’uscita all’esterno, momento in cui tutto accelera: non solo il battito cardiaco e l’adrenalina in corpo di Angela, ma anche la successione degli eventi, l’azione, le dinamiche tra personaggi (perdendo un po’ di coesione ma guadagnando in ritmo).
Kimi – Qualcuno in ascolto ci parla della realtà in cui viviamo proprio mentre la stiamo vivendo, fruendo di un film in streaming on demand nello stesso momento in cui potremmo impartire un altro ordine alle nostre app, guardate distrattamente con un angolo della nostra retina.
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