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La mia arma segreta come songwriter era (e probabilmente è ancora) l’incapacità o la mancanza di pazienza o interesse nel copiare accuratamente le mie fonti d’ispirazione. Magari sento una canzone alla radio o su un singolo di importazione e dico: “Fantastica! Voglio scrivere una canzone così!”, ma nel momento in cui filtra attraverso la mia mente, le mie dita, la mia immaginazione e la mia esecuzione, per non parlare dell’interpretazione dei musicisti con cui suono, finisce per non somigliare affatto alla canzone che ha innescato il processo. Posso dirvi qual è la canzone che stavo cercando di copiare per ogni traccia di The Days Of Wine And Roses, per esempio, e non avrei alcun timore di essere citato in giudizio

Le righe succitate ci portano al cuore di questo memoir che ripercorre la vicenda dei Dream Syndicate dai primi passi nel 1981 fino allo scioglimento del 1988, e che Steve Wynn inevitabilmente fa coincidere con la propria vita, per come era rotolata fino ad allora e come premessa di tutto ciò che da lì in poi sarebbe stata. Musicalmente, la parabola di Wynn – ancora oggi in divenire – si è sviluppata su una traiettoria sempre sul punto di capitolare per le turbolenze, le perturbazioni, l’attrazione per il vuoto, il precipizio dei sensi, un abbandono tanto rovinoso quanto suggestivo, mediato da una tensione lirica solida eppure in qualche modo fragile, con una ferita esposta per ogni slancio vitale, l’inciampo e la caduta impliciti in ogni assalto a chitarra spianata. 

Ciò ha portato lui e la “sua” band (di cui era il frontman e principale autore) a costantemente “sfiorare il livello superiore”, emergendo controvento rispetto a quei primi anni Ottanta che imponevano il verbo post-punk per lasciarsi alle spalle appunto un punk ormai coagulato nel proprio simulacro, che invece i Dream Syndicate e le band del giro Paisley accolsero come polpa e carburante di un suono (e di una scrittura) dalle provenienze garage e psych, quindi con addentellati blues e folk. Quasi insomma una premonizione nevrotica di ciò che più avanti avremmo chiamato Americana, ma pur sempre con un pezzo di cuore a pascolare randagio sulle strade bruciate da Pistols e Clash

Wynn sciorina una scrittura laconica, disincantata fino all’osso ma non priva di un certo umorismo, ricorrendo all’aneddotica con generosità ma come scremandola della componente sensazionalistica, lasciando che il singolo episodio vada a sciogliersi nel flusso, conferendo sapori contrastanti – dolciastri e aspri – all’intruglio. Tipo quando ci rivela che, ancora ragazzino, per un breve periodo ebbe come vicino di casa Ed Asner, attore al tempo celeberrimo per il ruolo di protagonista nella serie Lou Grant: di per sé non significa molto, eppure trasmette quel senso di prossimità allo star system che nella Hollywood dell’epoca era ingrediente tipico della quotidianità, un aspetto che ha attraversato tutta la vicenda di Wynn e dei Syndicate, ovvero una “prossimità” alla fama che non ha mai saputo/voluto risolversi in appartenenza.

Procedendo sulla linea di confine tra normalità e passione, tra studi universitari e musica, tra un abbozzo di carriera come giornalista sportivo e l’impiego da commesso in negozi di dischi gloriosamente alternativi, infine Wynn approda all’esito inevitabile: mettere in piedi un gruppo. Che sboccia apparentemente dal nulla, da una concordanza di inclinazioni e istinti, nonché dai rottami di pochi ma accaniti tentativi precedenti (i Suspects e i 15 Minutes). Insomma, Smith, Precoda, Duck e Wynn fanno infine quadrato e diventano quei Dream Syndicate che dovevano diventare. Un momento catturato in un passaggio che ben descrive quella febbre giovane, vertiginosa e incontenibile di cui il rock dovrebbe sempre dotato:          

Kendra e Dennis misero a punto un groove propulsivo inflessibile e immutabile, mentre Karl sparava frammentati miagolii di rumore bianco e accordi fratturati e io facevo del mio meglio per cavalcare e occasionalmente imbrigliare la bestia selvaggia che era la nostra band. Correvamo verso il traguardo come auto truccate e scassate guidate da scimmie bendate. Sapevamo dove stavamo andando, ma non avevamo la minima idea di come ci saremmo arrivati

L’album d’esordio, come tutti sapete, sta ancora lì, a segnare quel 1982 che avrebbe visto sbocciare e dominare Asia, Michael Jackson, Duran Duran, Foreigner. Rispetto ai quali The Days Of Wine And Roses non ha margini di competitività, gioca un altro sport, è una molecola di un’altra dimensione. Che perciò lascia segni profondi e indelebili, come una tossina inebriante. Indifferente ai diktat stilistici dei suoi tempi, è disco che nacque con una sorta di salvacondotto che lo rese immune al tempo, ad ogni tempo: le sue imperfezioni, il suo arrancare tagliente e fracassone, la sua sottigliezza ulcerata, la crudezza esplosiva, il lirismo torbido e reticolare, sta ancora tutto lì, intatto, appassionante, pericoloso. Come non sarà invece per il successivo Medicine Show, malgrado l’indubbia qualità della scrittura: a parte l’uscita dal gruppo di Kendra Smith (che Wynn liquidò con un cinismo sprezzante, di cui riferisce senza fare sconti a se stesso) sostituita da Dave Provost, a rompere la stregoneria dell’esordio fu il passaggio alla A&M, ovvero l’atterraggio sul pianeta major con tutti i relativi dettami estetici – la produzione fu affidata all’esperto Sandy Pearlman – coi quali la band non seppe saggiamente negoziare.

Ribadisco: album assai bello, il Medicine Show, ma Wynn non nasconde di averne fin da subito detestato il processo produttivo, quindi il suono, la confezione, ovvero la tipologia di band che prefigurava. Una band che in quel 1984 si ritrovò ad aprire le date estive del tour dei R.E.M., il cui secondo album Reckoning stava per farli decollare e approdare allo status di celebrità internazionali: Wynn insiste sull’amicizia con Peter Buck e Mike Mills, però a colpire è l’aneddoto in cui lui e Michael Stipe dopo lo show raggiungono il parcheggio per catturare in incognito – col favore delle tenebre – le sensazioni degli spettatori, ed è quasi come trovarsi all’inizio di una biforcazione, dopo la quale per Stipe sarà sempre meno possibile mischiarsi coi fan, ciò che per Wynn invece rimarrà una prassi.

Il punto che emerge con forza è il seguente: il rock è un mezzo espressivo solo dopo essere una chiave esistenziale; è prima un modo di essere, di atterrare tra le cose della vita, e soltanto in secondo luogo un mestiere, anche se è giusto e forse inevitabile che un aspetto discenda dall’altro. Nella rincorsa allo spettro elettrizzante dei primi tour, Wynn attraversa le tipiche zone instabili e scellerate di un aspirante rockstar poco più che ventenne, tra dipendenze chimiche e alcoliche raccontate con uno strano distacco, senza rivestirle di giudizi morali, quasi ne volesse devitalizzare il ricordo senza tuttavia condannarle, perché parte di quello stesso processo intimo e al tempo stesso tumultuoso che gli ha permesso di essere e fare ciò che ha voluto. 

Nei pochi anni successivi, i rapporti nella band si sfilacciano, Wynn decide di spegnere il motore e dopo un po’ ripartire, di fatto silurando Precoda, sostituito dal peraltro eccellente Paul B. Cutler, che suonerà nei buoni (ma non ottimi) Out of the Grey e Ghost Stories, ma soprattutto farà fuoco e fiamme sul palco, come testimonia quel Live at Raji’s che qualcuno ritiene uno dei migliori album live di ogni tempo (quel qualcuno potrei essere io). Ma il logoramento, come la ruggine, non dorme mai, e col 1988 arriva lo scioglimento vero. Niente più Dream Syndicate, almeno per un po’. Per un bel po’. 

Tracciando un bilancio che tiene conto di cosa è accaduto dal 2012 in avanti, con la reunion della band dapprima limitata ai tour e quindi attiva anche sul fronte discografico (dal 2017 sono usciti quattro buoni album), ecco cosa dice Wynn:     

Siamo diventati la band che forse avevamo sognato di essere all’inizio, ma ora avevamo l’esperienza e le capacità per farlo. Eravamo, anzi, una band che probabilmente sarebbe stata la nostra band preferita nel 1982

Alla fine, insomma, è tutta questione di desiderare. A costo di deragliare. E di quanto intensamente si è disposti a farlo. 

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