Recensioni

Nelle canzoni di Steve Wynn c’è sempre stato un filo, una vibrazione, una stringa di particelle orientata sulla direttrice tra entusiasmo e rimpianto. Come se lo slancio vitale non potesse mai affrancarsi dalla consapevolezza di come e quanto ogni gesto bruci l’ombra di se stesso, consumi il nevaio di possibilità che si lascia alle spalle, lo spettro di ciò che viene continuamente ingoiato dagli attimi nel momento stesso in cui accade. Ad ogni possibilità che si realizza corrisponde un’accolita di fantasmi che avrebbe potuto essere, e che non sarà.
Raggiunti i fatidici 64 anni di età (Paul McCartney dixit), Wynn ha deciso di mettere nero su bianco questo processo che, come dire, si è sempre svolto tra le righe. Vale a dire: ha scritto un memoir, I Wouldn’t Say It If It Wasn’t True (uscirà anche da noi in traduzione tra qualche mese per Jimenez). E, contemporaneamente, ha composto le canzoni di questo nuovo album solista, Make It Right. A tal proposito, Wynn ha sottolineato come i due processi siano stati simbiotici, ovvero che tra le “ruminazioni” musicali e quelle letterarie è avvenuto una sorta di “commento reciproco”: non stupisce, tenuto conto di come il songwriting del Nostro abbia sempre avuto un taglio letterario. Le due forme espressive nel suo caso devono essere portate a sovrapporsi in molti modi, esprimendosi con mezzi diversi (ovviamente) ma restando pur sempre unificate da un sentire che è sostanza, e che definisce una poetica, uno sguardo.
In attesa di leggere il memoir, e lo faremo senz’altro, ci sono queste dieci canzoni. Tenuto conto degli oltre quarant’anni di carriera alle spalle, impossibile non ravvisarvi mestiere, ovvero una calligrafia che reitera se stessa e insiste sui tratti somatici di una sagoma, un taglio, una dimensione. Ma il mestiere non prevale, non irrigidisce l’ascolto, perché ad emergere è appunto quel lavoro di scavo, di passato che si riflette nello specchio scuro del presente. Affiora così una nota dominante di irrisolto, di oscuro, di emozioni in bilico. E accade in filigrana, anche quando la grana e il tono sembrano depistare verso altri lidi.
Vedi l’iniziale Santa Monica, giocata sulla linea di confine tra morbidezza e ruvidità, sul filo di un’euforia funky-soul che solleva polvere di boulevard e deserto, con organo e ottoni a spandere vampe tiepide: eppure, ci senti un nervo scoperto, il pulsare della cicatrice. Cosa che si può dire anche di You’re Halfway There (tipico country folk defatigante con l’inquietudine dietro l’angolo) e di quella Madly che sprimaccia romanticismo tex-mex col vibrafono a marezzare l’aria di malinconia gelatinosa. Ma il quadro d’insieme è intriso di crepuscolo: vale per la title track, ballata acustica a bagno in una trama di organo e slide e per le suggestioni latin-soul di Cherry Avenue (ancora la slide a pennellare ugge pastose, un misurato controcanto femminile e l’assolo di tromba a balenare riflessi di malanimo), mentre su un fronte più sostenuto lo avverti tanto nell’andazzo funky-soul circospetto di What Were You Expecting che nel mid tempo convulso e inacidito di Making Good On My Promises.
Come spesso capita in casi del genere, la bontà dell’album si misura sugli episodi meno brillanti, che comunque rivelano senso e sostanza, come la ballata a cuore aperto di Then Again (il basso che regala sapori 70s all’incedere insabbiato di fantasmi) e soprattutto una Simpler Than The Rain che ciondola country-folk con l’indolenza di chi sa quanto possa bastare la densità della calligrafia per dire ciò che deve.
E poi c’è il colpo di coda Paisley nel finale, una Roosevelt Avenue che cavalca piglio lo-fi, spedisce chitarre a smerigliare irrequietezza, sgrana drumming rustico e una voce sfrangiata a domare il tumulto, il tutto con la misura di chi sa quale marcia ingranare (coi giri del motore a livello Dream Syndicate, potremmo dire) e soprattutto come uscire di scena, lasciando al centro del palco un piano a macinare ostinate iridescenze psych.
Parliamo insomma di un lavoro riuscito perché sentito, rispetto al quale la presenza dei molti ospiti più o meno illustri (Mike Mills, Stephen McCarthy, Scott McCaughey, Vicki Peterson, Jason Victor, Dennis Duck, Mark Walton, Linda Pitmon, Chris Schlarb degli Psychic Temple ed Emil Nikolaisen dei Serena Maneesh) non produce il tipico effetto-guarnizione ma sembra rispondere solo e soltanto ai codici dell’espressione, in questo caso indistinguibili da quelli dell’amicizia e, in ultima analisi, della vita.
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