Recensioni
The Dream Syndicate
Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions
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Stefano Solventi
- 10 Giugno 2022

Una nota di fondo crepuscolare caratterizza il suono e il linguaggio dei Dream Syndicate a partire da How Did I Find Myself Here?, l’album del 2017 che li vide rientrare in scena dopo quasi tre decenni, ravvisabile anche nel pur vitalistico These Times del 2019 e – seppure in filigrana – nella tensione psichedelica destrutturata di The Universe Inside (2020). Non sorprende certo questa angolazione espressiva, tenuto conto del taglio che da sempre caratterizza la scrittura di Steve Wynn. Non sorprende, no, però in qualche modo disarma, perché mette a sistema – per così dire – la consapevolezza del tempo che passa e passando macina più o meno tutto, del tempo che passa e una volta passato non restituisce granché, a parte una mappa di relitti e rimpianti, assieme alla sensazione sorda ma sempre più pervasiva della resa dei conti in agguato dietro alla prossima curva. Va da sé che l’attrito tra questa presa di coscienza e il giovanilismo implicito di una rock band che si riunisce, di una band che persiste a dispetto del tempo che macina, diventa un elemento cruciale della proposta. Forse l’elemento principale.
Stiamo parlando in fondo DEL problema del rock da un po’ di anni a questa parte, ovvero del suo riflettersi nello specchio della propria storia, nella profondità di un percorso che se da un lato coincide con un patrimonio culturale di rilievo dall’altro significa inevitabilmente senescenza. I Dream Syndicate danno forma a questa crisi rimestando nel pentolone dei riferimenti, cioè lasciando affiorare le (magnifiche) ossessioni dalla pelle di un rock denso, magmatico, innervato di un languore viscerale, a tratti incendiario ma intimamente esausto. Wynn confeziona ballate come discorsi a se stesso mentre si immerge in una notte senza ritorno. È il suo modo di comprendere ciò che non ha spiegazione, gli interrogativi posti da un linguaggio sconosciuto, che è poi quello della vita.
Perciò tutto suona così familiare: il punto infatti non è codificare un linguaggio inedito, ma fare i conti con la risacca dei linguaggi. La traccia di apertura Where I’ll Stand prende le mosse con uno strano depistaggio, un frullare di note sintetiche che rimanda un po’ ai The Who di Baba O’Riley e in parte a certe allucinazioni aeree di Terry Riley, per poi incanalarsi in un mid tempo spennellato di cori e chitarre inacidite. La sensazione è fin da subito quella di un’irrequietezza carburata a reminiscenze, abitata dai fantasmi delle vite passate, con le intermittenze spigolose della memoria a fare da sfondo di un procedere refrattario agli schemi predefiniti (“I’m for biting off/More than what I planned/I’ll be around when it’s over/This is where I’ll stand”).
A parte due scosse come Trying To Get Over (post punk cingolato wave con le corde intrecciate in un lungo assolo ghignante) e la conclusiva Straight Lines (power pop a rotta di collo col demonietto punk nel motore), predomina un mid tempo vischioso, attraversato ora da un tumulto desertico (Lesson Number One) e poi solleticato da una nebbiolina shoegaze (Every Time You Come Around, con un bel lavoro sui tasti del solito, impagabile Chris Cacavas), quando non si fa cogliere da una febbricola errebì affilata Seventies (la dinoccolata Damian e la trepida The Chronicles Of You, impreziosite dai fiati atmosferici di Marcus Tenney).
Forse il pezzo-chiave della scaletta va individuato in Beyond Control, quasi due canzoni sovrapposte, un po’ come stendere una cavalcata dal piglio motoristico su una ballata introspettiva e quasi spettrale (“How’d you like the letting go/When did you release your soul?”), per quindi cucirle assieme con vampe di chitarra e ricami di tastiera pescati da qualche stagno radiofonico anni ‘80: non si sa bene come, ma funziona alla grande.
Gioca un ruolo cruciale quindi la sensazione di slogatura, di ruggito intrappolato in una campana di vetro, di calligrafia che entra ed esce continuamente dalla comfort zone del mestiere. Rischiando talvolta di rimanerci intrappolata, come in quella Hard To Say Goodbye che si spalma languida tra scie cremose di slide e tromba, più atmosfera che melodia insomma, quest’ultima anche piuttosto didascalica, eppure nel complesso il pezzo sta in piedi e conduce in porto la sua spremuta di malanimo senza concedere molto ai cliché.
Fa piacere poi ravvisare in un episodio come My Lazy Mind qualche ottima ragione per cui ha senso portare in giro la ditta DS anziché un “Wynn solista più backing band”: quel serpeggiare tra deserto e jazz club come un rabdomante sotto al brontolio di un temporale vicino, con la chitarra che scribacchia sulla cortina fumogena di sax e organo, è frutto di un interplay raccolto e al tempo stesso ampio, dinamico, stranamente insidioso. È il prodotto insomma di intese profonde e frizioni nutritive. Roba che viene da lontano e conosce il modo di perdersi arrivando comunque – arrivando perciò – a destinazione.
Ultraviolet Battle Hymns And True Confessions – titolo piuttosto flaminglipsiano – è un disco indubbiamente solido, anche se sembra sfaldarsi di continuo, anche se le coordinate vacillano in un tremolio da fatamorgana. È musica di amarezze rugginose e torpore ipnotico, è un meccanismo che gira col distacco dolciastro dei ricordi irrisolti. È la marcia struggente e spietata dei titoli di coda che iniziano a scorrere quando la fine è lontana ma già corre sulla pelle delle cose.
Quella dei Dream Syndicate si profila come una reunion assai riuscita, tra le migliori che ricordi, addirittura in grado di trovare disco dopo disco (siamo a quattro, quanti quelli che hanno caratterizzato la prima fase della band) spunti per nuovi motivi e direzioni. Chapeau.
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