Recensioni

La serie FRKWYS della Rvng Intl. arriva al suo volume numero 11 e non arretra di un passo nel lodevole tentativo di associare musicisti contemporanei (o semplicemente più giovani) coi propri predecessori ideali (anagraficamente più in là con l’età). In questo volume i mondi avvicinati da questa collana collaborativa sono meno distanti di quelli incontrati in precedenza (si pensi a Julianna Barwick e Ikue Mori o a Blues Control e Laraaji), dato che a incrociare le chitarre sono Steve Gunn e Mike Cooper: il primo consolidata realtà d’area psych-folk e appassionato adepto al punto da considerare l’album di Cooper del 1970 Trout Steel come modello e ispirazione, il secondo grande vecchio “riscoperto” con sommo gaudio negli ultimi tempi con prove originali e notevoli ristampe (New Globe Notes su tutte).
Terreno d’incontro, come si deduce dal titolo, il Portogallo, sinonimo dunque di intrecci di chitarra e malinconia (fado e blues non sono così lontani, così come saudade, volendo, non è che uno dei tanti nomi dello spleen), e una città, Lisbona, che molto ha contribuito coi suoi “cantos” (gli “angoli”, gli “scorci”) alla stesura dei sette lunghi “cantos” (le “canzoni”) qui presenti. Una sorta di viaggio psicogeografico a base di folk sui generis, faheyiano fino al midollo e bluesy in maniera viscerale (il Delta che riecheggia qua e la in tutto il lavoro, ma che fuoriesce prepotentemente in tracce come Pony Blues) in cui non mancano momenti weird e disturbanti (l’overdrive di Song For Charlie) o alieni e notturni (The Enchanted Moura), oppure perfette sintesi di quanto detto finora (la straziante Lampedusa 2013).
Un lavoro, si sarà inteso, di grossissimo spessore e in grado di accontentare i palati più fini.
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