Recensioni

Era da un po’ che non sentivamo Gianluca Sorace alias Stella Burns nelle vesti di autore: non solo per i sette anni di pausa tra il secondo album (Jukebox Songs, 2016) e questo terzo, ma anche perché quello era un album di cover, esattamente come la sua successiva pubblicazione I’m Deranged, l’EP dedicato ai brani di David Bowie col quale il Nostro ha voluto annunciare il ritorno sulle scene.
Alcuni dei brani di questa nuova prova lunga in realtà erano stati pubblicati digitalmente in versione demo o provvisoria, occasionali lumi nel “lungo cammino” in un’ “oscurità”, quel momento in cui “the sun is going down and the moon is not rising”, fatta di ripensamenti, qualche lutto, il Covid, ma non sempre cupa o negativa: in “this road through my fears” ci sono stati anche l’evoluzione personale, una maturazione vocale specialmente dal vivo e, evidentemente, il prendersi il tempo giusto prima di pubblicare, per avere un album solido.
Le coordinate stilistiche sono quelle che conosciamo bene, quella capacità (già dei Calexico ma resa personale), di mettere insieme cose apparentemente incompatibili come la musica messicana e Nick Cave per collocarsi all’incrocio tra l’Australia e il deserto americano (una rotta che già dagli sgoccioli del secolo scorso incrociava la Sicilia di Emma Tricca, Cesare Basile e Marta Collica e l’Inghilterra del giro PJ Harvey) per ballate notturne e appassionate che già nel primo album portavano lo stile che Sorace aveva definito negli Hollowblue verso lidi più cantautorali colorandoli di pennellate centroamericane, subito evidenti fin dalla delicata apertura strumentale di Amor e dalla successiva title track.
Questa riserva subito una sorpresa: i versi delle strofe, su melodie che richiamano i primi ’60 italiani e il primo De André, sono appunto in italiano, mentre nei ritornelli si torna all’inglese, oltre a cambiare il tempo accelerando su strade americane.
La successiva Love and Thunder, è una ballata accorata, quasi doo-wop, impreziosita dai ricami di chitarra di Sergio Carlini dei Three Second Kiss e che ci mostra che, pur nella continuità, il passaggio verso il cantautorato ha comportato un generale rallentamento di passo, mosso però da inquietudine in My Heart Is A Jungle, ballata notturna sul disorientamento in duetto con Mick Harvey animata da una chitarra tormentata e da inserti ritmici che sottolineano il senso di minaccia.
Long Black Train addolcisce gli incubi che racconta con una melodia ariosa e qualche sottigliezza ritmica, Stupid Things parte come un folk-blues d’altri tempi prima che entri tutto il gruppo ad accompagnare i dubbi e l’autocritica sulle proprie convinzioni e Her Kiss, Your Smile è un piccolo valzer dedicato al matrimonio di una coppia di suoi amici, uno dei quali fa i cori in Long Walks… ma, ahimè, è anche una delle persone alla cui memoria è dedicato il disco.
A proposito di memoria, amici e dediche, in I want To Be Dust When I’m Done la musica accompagna la voce dell’amico Dan Fante che recita un proprio testo (tra l’altro dedicato alla morte): lo scrittore scomparso nel 2015, figlio del più celebre John ma autore riconosciuto anch’egli, aveva partecipato nel 2008 al brano First Avenue degli Hollowblue e qui sembra salutare la propria dipartita e quella delle altre persone che Stella Burns si è trovato a dover salutare in questi anni (le note di copertina dicono che il brano proviene da un album inedito degli Hollowblue con lui, chissà se prima o poi lo ascolteremo).
The End of the Snowfall è un malinconico folk beatlesiano con un verso notevole come “The truth is a lie but it helps me to play” e segnali di schiarita emotiva, che si fanno più netti nella successiva Satellite al di là dell’andamento dolente, mentre il finale è affidato al singolo Make A Wish duetto romantico in punta di strumento con una piccola sfumatura latina nel quale più che desideri per il futuro sembra che si rievochino malinconie passate e che vede la partecipazione di Marianna D’ama alla voce e Laura Loriga al piano, e poi a We Cannot Decide, una bella ballata di speranza mista a saggezza scritta nei postumi del Covid, un equilibrio tra la consapevolezza che certe cose non si controllano e l’intenzione di fare il massimo di quello che ci è possibile.
Il lungo percorso nel buio, dunque, si conclude in un bel ritorno di un cantautore pregevole che, nella scena che abbiamo evocato prima, si conferma con personalità.
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