Recensioni

7.2

Il Festival di Sanremo 2024, ormai andato in archivio da oltre un mese, sarà ricordato come una delle edizioni più “radiofoniche” degli ultimi anni. L’ultimo “mandato” Amadeus ha consegnato ai posteri il modello sul quale si dovranno confrontare le prossime edizioni: pochi lenti, poco rap, ancor meno vecchie glorie, al loro posto pezzi con la cassa in quattro e soprattutto tante hit, brani melodici dal ritornello facile e martellante, pronti non solo per le radio ma e soprattutto per streaming e social.

Un affresco che, seppur dando i suoi frutti in termini meramente numerici, dimostra anche il grande bug che imperversa nella musica italiana attuale, dominata dagli stessi topliner e da quei due tre producer che, seguendo il trend, generano costantemente le solite formule, tanto pigre quanto simili a sé stesse. Ed è proprio in questo straniante plateau di plastica che tenta di insidiarsi Stabber con il primo album, Trueno: dare una derapata al sistema, proponendo una visione di pop più concisa ed elevata.

Un obiettivo preposto fin dal titolo, lo stesso della Toyota AE86 Sprinter Trueno, auto in voga a metà degli anni Ottanta e divenuta ispirazione per il drifting, disciplina caratterizzata da una guida volutamente irregolare, in estremo sovrasterzo, ma controllata. Metafora motoristica particolarmente azzeccata per far convivere all’interno dello stesso disco artisti molto differenti tra loro, uniti dal vision del produttore.

Un po’ come il notevole Obe di Mace o come i lavori di Night Skinny, anche Stabber a differenza di altri (vedi 10 di Drillionaire) non cerca il feat da laboratorio. Non ci sono tracce open né tanto meno altre forzature, bensì un taglio coerente e personale in cui convivono leggende del rap italiano ed affermati cantanti da classifica.

Alla base resta comunque l’amore per l’hip hop, certificato dall’inaugurale Il profumo delle rose, pezzo condiviso con Danno e Dj Craim che riporta il producer ai tempi di Numero 47 degli Artificial Kid, album del 2009 che ha segnato il suo debutto nella scena. Il brano, basato su un beat minimale, si muove in un crescendo in cui archi e liriche camminano di pari passo, illuminando uno dei lati più profondi dell’intero repertorio del membro dei Colle Der Fomento.

L’opening, semplicemente clamoroso, si rivela però quasi un unicum. Le successive atmosfere filo darkwave di Black & Blue con Noemi e Nitro non convincono più di tanto (così come il duetto internazionale tra Venerus e Mira May in Let it go), mentre è decisamente più interessante Piove Forte, passaggio spettrale cantato quasi interamente in napoletano inciso con Gemitaiz, Angelina Mango e Yung Snapp che lascia intravedere proprio quella promossa di pop rotondo ma non scontato su cui si basa l’intero progetto.

Un’Annalisa finalmente diversa e lontana dall’asse Simonetta-Antonacci si palesa invece in Salto nel buio, lanciandosi in delle vibes molto più vicine a quelle di Coez, con cui condivide il beat, per un pezzo che poterebbe acchiappare anche gli aficionados di entrambi. Discorso speculare per la title track, banger scritto da Salmo in un trionfo di synth, funky e graffi alla CVLT con tanto di claim: “La paura è una droga, io ne ho bisogno“. Bene poi la poderosa Legend Never Die con Johnny Marsiglia, Alborosie e J Lord, così come l’incontro tra i due universi più delicati e introspettivi di Ginevra e Laila Al Habash in Due lune. 

I due singoli estratti, con Gaia e Non odiare mai con Coez, Gemitaiz e Noyz Narcos, rappresentano i pregi e difetti dell’operazione: se da una parte le sezioni 100% rap si rilevano sempre al di sopra della media, lo stesso non si può dire di tutti i capitoli dove il nostro cerca di mischiare le carte, buoni anche ma non così tanto dirompenti da potersi permettere di tracciare una nuova via.

Il tentativo, malgrado tutto, resta lodevole; e rimane un’eccezione in un mercato che già si sta preparando all’emorragia da tormentone estivo, con i soliti feat, con i soliti suoni, con la solita tendenza a puntare al solo risultato. La renaissance del pop italiano è ancora lontana.

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