Recensioni

Soffia gelido il vento di Amsterdam. Soffia implacabile su una coda di persone, intirizzite dal freddo, che aspettano di entrare in una chiesa. Una “ei fu” chiesa, certamente, ora sconsacrata e diventata uno dei palchi più importanti al mondo, il Paradiso. Una premessa doverosa e una componente sacra da non sottovalutare perché in cartellone, stasera, c’è Annie Clark aka St. Vincent, alla sua seconda data del mini-tour europeo per promuovere l’ultimo ed omonimo lavoro.

Tocca ai Glass Animals rompere il ghiaccio, combo inglese e opening act scelto per le date europee. Separato alla nascita dalla sensation del 2012, gli Alt-j, il gruppo accoglie applausi con pacatezza. I pezzi suonati, tra cui la loro “hit” Black Mamboo, si susseguono senza mordente, infamia o lode, e la loro maggior virtù, un suono liquido che si modella da canzone a canzone, è anche il punto dolente. Una scrittura che tradisce una sostanziale mancanza di personalità.

Cambio. Il locale è pienissimo e sul palco si intravedono una struttura a zigguratt, due tastiere e una batteria. Fasciata in uno splendido (e cortissimo!) vestito nero, sale sul palco Annie, il catalizzatore dei prossimi 100 minuti. Inutile girarci attorno, gli occhi (e gli smartphone) sono tutti per lei. Con una spettacolare backing-band formata da Matt Johnson (storico batterista di Jeff Buckley), il tastierista Daniel Mintseris e la polistrumentista Toko Yasuda (già negli Enon), lo spettacolo inizia a pulsare sui synth iper-ritmati di Rattlesnake, pezzo introdotto da una coreografia di gestualità con cui Annie strizza l’occhio a un futuribile Lindsay Kemp.

Questa, una delle cifre stilistiche dell’intero concerto: la capacità di giocare e interpretare ogni brano conferendo un’espressività motoria, talvolta minimal e ridotta all’osso, che non può non rinviare all’aggettivo arty. Questo concetto, portato avanti con coerenza durante anni di percorso creativo (è ormai nota la magnifica ossessione della Clark, ben snocciolata nei testi, per il concetto di “vita come messinscena”), trova ora la sua espressione perfetta in un vero e proprio show-performance.

Performance: ecco la chiave di lettura. Una serie di puri atti performativi sospesi in un limbo tra vero e falso, e che sfuggono a qualsivoglia criterio di verità. Una rappresentazione, un’immagine. Un gioco, una recitazione. Tutti elementi che ritroviamo puntualmente nel live di St. Vincent, a partire da Digital Witness, riflessione sarcastica sulla società social media-oriented (What’s the point of even sleeping? / If I can’t show it, you can’t see me / What’s the point of doing anything?), passando poi per tre inserti recitati (Have you ever looked to your limbs and thought they were robotic?, viene chiesto al pubblico), arrivando al momento sullo zigguratt, in cui Annie abbandona la chitarra e ci dona una delle più intense prove canore di sempre con il brano I Prefer Your Love (questo pezzo, insieme all’inedito Pietà, costituisce un altro asset della poetica della Clark, ossia gli affetti famigliari rappresentati da un filtro di natura religiosa-sacra).

Grande, grandissimo spazio consesso in scaletta ai nuovissimi brani, che riescono nell’impresa miracolosa di suonare come dei veri instant-classic: Prince Johnny assume dal vivo una presenza scenica a dir poco magnifica, Every Tear Disappear e Bring Me Your Loves sono ottimi esempi di etno-funk (s)ballabile. C’è tempo per parecchie incursioni nel passato: Cruel, Surgeon, Laughing with a Mouth of Blood e la conclusiva (meravigliosamente definitiva!) Your Lips are Red sono fulgide testimonianze del processo di rimodellamento a cui vengono sottoposti i brani più conosciuti, ora riveduti e corretti alla luce del nuovo sound.

Che dire: uno spettacolo in e per tutti i sensi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette