Recensioni

“For me there has always been something fascinating about the encounter of the unfamiliar with the familiar”, dichiara Tom Jenkinson, in occasione del rilascio di Music for Robots. In questo caso unfamiliar sono i virtuosismi di cui solo macchine a 72 dita sono capaci, e familiar gli strumenti da queste suonati. Le macchine, Z Machines, sono il medium attraverso il quale Squarepusher cerca di capire se anche l’ingegneria musicale di una live band totalmente automatizzata sia in grado di restituire qualcosa a livello emozionale. Stunt pubblicitario, o sperimentazione all’avanguardia, nel 2013 un ensemble artificiale si esibisce in terra nipponica tra una folla di festanti consumatori Zima (bevanda alcolica, venduta unicamente in Giappone). Immagini che risultano meno stucchevoli solo se ricordiamo che a servirsi di questi robot è uno che, quasi vent’anni fa, diceva: feed me weird things.
Music for Robots, per chi conosce il percorso di Squarepusher, non è però cosa strana. Scansando i proclami promozionali di rito – costruiti nel tentativo di caratterizzare un disco che di caratterizzazioni non avrebbe bisogno – rimane lo spessore tipicamente jenkinsoniano delle sue celebrali avventure fusion-jazz. Aperture prog-sinfoniche, fantasmi di Buddy Rich, polifonie mandate in cortocircuito. Tutta quella serie di rimandi, di allusioni, che hanno segnato nella buona e nella cattiva sorte la carriera del produttore di Chelmsford. Non c’è il gusto analogico di Music Is Rotted One Note, il basso ossessivo in slap è messo da parte, le tracce sono pulite, algide, e si scaldano solamente quando le linee melodiche virano di netto in cervellotici fuoripista. Venti minuti di jam session, sempre giocati sull’essenzialità chitarra-basso-tastiere-batteria, che vanno ad aggiungersi ad una discografia chilometrica.
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