Musica per star male

Qualche scampolo di freschezza nel ritorno elettronico ci dà la perfetta scusa per analizzarne discografia e disegnare un ritratto. Soprattutto è giunta l’ora di rispondere a una serie di domande che da sempre ci affliggono parlando di Squarepusher. Domande che rispondono al desiderio di molti che lo hanno seguito in questi anni e ne hanno via via apprezzato frammenti ma mai l’opera omnia, il lato più jazzistico su quello più elettronico e viceversa. Dall’intervista che segue emerge un ritratto umano del Tom Jenkinson di oggi, meno criptico del capelluto ragazzo che era nei 90s ma sempre acuto e intellettuale, con la classica ironia tagliente dello spocchioso stufo delle solite – e inevitabili – domande dei giornalisti. Ti sei fatto influenzare da chi? Da dove viene la musica che scrivi? Ti muovi in un contesto? Il rifiuto ad essere paragonato a qualcuno, tranne che ai padri del jazz e all’amico Richard D. James sono il perfetto viatico per la monografia che segue.

In regime di semi impermeabilità, Tom ha respirato eccome il suo tempo in ogni suo disco, ma è senz’altro un animo profondamente jazzistico a condizionarlo più d’ogni altro. Un modus operandi che si traduce in jam con sé stesso quattordici ore al giorno per gran parte dell’anno, dalle quali non esce mai un album ma una valanga di registrato che successivamente l’uomo spalma su più lavori di diversa lunghezza e formato. Logica conseguenza: il capolavoro non c’è ma qualcosa che gli va vicino, frammentario quanto si vuole, lo abbiamo trovato scovandolo in quel mix di jazz cubista e ritmica junglista geneticamente modificata. Non solo: Tom, da un mero punto di vista intra genere, ci fa impazzire nelle vesti di estremista della techno-acid. Mania che conserva dai tempi degli ascolti del catalogo Rephlex più tosto e che lo ha portato a un altro piccolo breviario di elettromanie verso la fine dei 90s. Non vi vogliamo svelare nomi e fatti. E’ tutto scritto. E parleremo di tante cose: sound Engineering, prog-jazzismi à la Pastorius, contesti e pretesti. Drill’n’bass e Breakcore (lui il vero padrino?) a partire da svisate free à la John Coltrane/Ornette Coleman. L’amicizia tutt’ora in corso con Richard D. James e quella con un Luke Vibert che sembra relegata al passato. Il fratello in arte Ceephax malato terminale di acid-house, il viaggio nei synth e nelle tastiere in trip electric-cosmico ereditato da Miles Davis e Sun Ra

Intervista a Tom Jenkinson

 

Monografia

From acid to amen

“There is never a true “doing what you want” because your actions always, but always, relate to other people – whether that is ignoring, disrespecting, questioning or affirming”
(Tom Jenkinson all’intervista collettiva per il BBC website)

Squarepusher, nome d’arte di Thomas Jenkinson (Chelmsford, 17 gennaio 1975)  esordisce nel 1996 dopo due anni passati a trovare una sintesi sonora tra un passato jazz ereditato dal padre batterista e il fervore rave elettronico dei suoi anni scolastici. Al college ascolta tutta una serie di produzioni che stanno facendo e faranno la storia del suono techno britannico, dall’electro universo degli LFO alla tonnellata di acid vissuta in prima persona nei rave della sua città, Chelmsford. Ed è proprio il suono più acido e veloce ad affascinarlo. Nelle primissime produzioni, il giovane Jenkinson si butta a pesce tra le pieghe e le divisioni più oltranziste del Rephlex sound. Nel suono ama la velocità e l’aggressività e senz’altro la serie Universal Indicator – nata da una collaborazione tra Richard D. James (che in quel caso utilizzava l’alias Martin Tresidder) e Mike Dred aka The Kosmik Kommando – è pane per i suoi denti: velocità sostenute (150 bpm), ossessione videogame e loop serratissimi che porteranno diretti alla follia gabber (un esempio Thoughts Of You, Universal Indicator Blue, Rephlex, 1992).

Nel frattempo, dal 1994, nelle sue orecchie arriva la jungle: è subito ossessione. Si fissa per i ritmi più compressi e cervellotici, ascolta Kiss FM e la way of life prevede radio pirata di notte e, ogni weekend, clubbing la sera e Black Market Records di sabato pomeriggio a rifornirsi di nuova “mind blowing music”. Degli acquisti di quel periodo, Jenkinson parla recentemente a xlr8r e ad emergere è una mappa d’ascolti davvero seminali. Del remix di The Force Is Electric di Ed Rush ama il sample elettrico, del remix di For Real di Remarc degli Kemet Crew il tintiniio metallico e il ragga più scuro, in entrambe il fatto che l’amen break sia opportunamente pitch-ato o compresso. Stregante invece la Military Jazz contenuta in Rebuilt Kev EP (Blue Angel, 1995) del futuro amico Luke Vibert / Plug, per un aspetto da live jazz band opportunamente riprogrammato che tornerà molto utile. E se l’aspetto cool di Dillinja (Ja Know Ya Big, Metalheadz, 1994) piace perché le sue produzioni sanno essere “hard as fuck”, nella jungle il musicista cerca da subito le cose più “mental” e “messy”.

Sempre nel 1994, sotto sua richiesta, il negoziante di dischi di Chelmsford gli passa 7 Minutes of Maddness di Bizzy B & Equinox contenuta nel The Brain Crew E.P (Brain Records, 1993) come un disco che a lui personalmente non piace. “No questo è un pasticcio. E’ troppo incasinato”, gli dice. Tom sorride, da quell’ascolto in poi sarà idealmente uno squarepusher.

Chelmsford sound

Nella Chelmsford dove Guglielmo Marconi aprì la prima “wireless” factory, nella città che diede i natali alla radio secondo i fieri residenti e che vanta pure una pesante tradizione di electrical engineering, Tom si presenta nel 2004 con Crot EP, la prima uscita della Rumble Tum Jum records: quattro tracce fra schegge industrial e flirtate belga (The Procrastinator Pt. 1), acid furibonde a passo di Space Invaders (The Procrastinator) e tangenti Plus 8 sul lato più tosto della faccenda (The Burglar). Jenkinson è innamorato del suono delle Roland, dell’ortodossia acid. Nessun compromesso anthemico nelle sue tracce (vedi il catalogo R&S), piuttosto una strada già spianata per complicare i ritmi con sequencer e drum machine. Il fratello più giovane Andy, ovvero Ceephax, da questo trip ne uscirà vivo soltanto in tempi recenti. Il primo amore non si scorda facilmente, né per Thomas né per le amicizie che stringe/stringerà con Aphex Twin, Luke Vibert e tutto il giro Rephlex. Una truppa che tornerà ciclicamente sulle tracce del phuturo acido di Chicago come per concedersi di tanto in tanto un bagno ristoratore.

Nel 1994 esce Stereotype E.P. – ancora numero di catalogo 1 di label ad hoc (Nothings Clear) e pubblicazione numero due a firma personale – a scoprire un’altra carta importante nel suo impianto sonico: la melodia idmmata e sci-fi tipica della label di Steve Beckett e del compianto Rob Mitchell. Si tratta di calarla in sostenuti bpm euro-technoidi, magari accarezzando pure un lato sempre più darkside marchiato da proverbiali campionamenti di dialoghi di vecchi film, riff industrial e snare assassini come andava all’epoca (1994, Greenwidth). Tracce come Whooshki, Falling e O Brien imbevute dell’aplomb spacey post-krauto degli Autechre piacciono a sufficienza sia a Richard D. James che a Heckett, tanto che i ponti con Rephlex e Warp, le due label elettroniche più lungimiranti del periodo, sono gettati.

Tom dal canto suo vuol fare di più, qualcosa che riesca ad unire la passione techno-acid con l’ultimo Coltrane, il Miles Davis di On The Corner con lo space psych di Sun Ra, ma naturalmente anche tutto il portato della cosa, Canterbury e ancor più la fusion di Weather Report, il cui bassista Jaco Pastorius è sicuramente l’influenza principale per quanto riguarda l’utilizzo slappato e fluido del basso che sta per imbracciare.

Squarepusher or Duke Of Harringay

“Is it possible to have an opinion of one’s “fundamental project”? (Borrowed from Sartre.) Is it not the “fundamental project” that determines opinion? It would be like having an opinion of your hands, or comparing your mind to your face”
(Tom Jenkinson all’intervista collettiva per il BBC website)

Nel 1995, l’ingegnere sonoro di Chelmsford imbraccia il basso che presto diventerà lo strumento simbolo. All’epoca però l’infuso jazz elettronico non ha una casa precisa, tanto che questi primi esperimenti verranno sfornati anche col nick Duke Of Harringay. Sono sfaccettature dello stesso campo d’azione: sotto i due moniker escono rispettivamente Conumber E:P e Aloy Road Tracks entrambi per Spymania ed entrambi poi confluiti in una compilation riassuntiva della prima fase pubblicata sulla scorta del successo della release lunga per Warp nel 1997 (Burningn’n Tree, Warp, 6.8). Ma andiamo con ordine. Se le tracce di Duke fanno un discorso proteico (poliritmi imbastiti con campioni di snare e batteria) su jazz e mood blaxploitation piuttosto basici (Central Line, Sarcacid Part 1, Nux Vomica) aprendo parentesi intelligent jungle (Sarcacid Part 2) o reggae dub dal sapore “cantieristico” alla bisogna (Toast For Hardy con echi della aphexiana Cow Cud Is a Twin), il lato Squarepusher della faccenda è già più tenace nel creare qualcosa di nuovo: porta il mix su un terreno d’azione maggiormente incompromissorio. In tracce come Conumber, Eviscerate, Male Pill no. 5 (quest’ultima addizionata con elementi techno e un riconoscibile furto breakbeat) Tom sfoga i raptus della jungle, mettendo l’elemento jazz in un dinoccolato gioco di sponda fusion-space-ambient. L’aspetto distintivo del Jenkinson sound sta proprio nell’uso del jazz. Mentre i paladini della scena intelligent jungle all’apice del successo commerciale nel 1996 lo sfruttano come abbellimento di partiture esotico-baleariche o di vezzi che in alcuni casi vorrebbero elevare il suono dal dancefloor a culture musicali ‘più alte’ (Goldie, A Guy Called Gerald, Photek, 4 Hero, LTJ Bukem), Jenkinson, al contrario, ama la jungle più energica, sanguigna e clubbista, nonché lo spirito di ricerca e i risvolti crudi e metallici di Ed Rush e Bizzy B.

Tom, Luke e Richard. Drill brothers

Squarepusher, Luke Vibert (sotto il moniker Plug) e Aphex Twin (che per inciso arriverà qualche mese dopo a queste soluzioni ritmiche con il Girl Boy EP e con l’album autografo nel 1996), cementano la loro amicizia sperimentando l’ossessione per la cassa rullante, mantenendosi alla larga sia dalle floride arene drum’n’bass sia dalle produzioni sempre più ingessate della compagine ‘intelligent’ del genere.

I critici inventano presto la tag drill’n’bass, trivella e basso, per descrivere la crescente vertigine ritmica delle loro composizioni, ma se Richard usa la chamber e il pop e Vibert ama la kitschedelia, l’intento di Tom è quello applicare il jazz – free o rock dei 70s – nello straordinario flusso futurista del colpo di coda del secolo. Una mossa che lo annovererà tra gli antesignani del breakcore (vedi il nostro Dj Balli via Venetian Snares, Kid606, Lesser ecc.) e che farà di lui un idolo per i neo amanti delle virtuosità elettroniche.

Interessanti in Feed Me Weird Things, primo parto lungo per la Rephlex di James, i due volti di Tom, una dicotomia che si ripresenterà sempre in futuro: il puro elettronico versante idm (Theme From Ernest Borgnine, UFOs Over Leytonstone) e il “suonato” di matrice jazz (Squarepusher Theme), entrambi senz’altro piuttosto prevedibili – visti in prospettiva – ma già con i giusti colpi d’ala. L’overture in puro stile Aphex tra drillate e ambient di Tundra è già ottima di per sé, notevole la compattezza nella furia ritmica di North Circular o l’eleganza liquida di una Kodack che sa anche aprirsi alla d’n’b con incredibile scioltezza. Il succo di molte delle tracce non sta nel cercare una sintesi superiore ma nel guastare le feste agli amanti delle etichette e degli steccati, attraverso layering di complicazioni drill e decompressione fusion (The Swifty) e calando in mezzo techno-acid carenati à la Prodigy (Dimotane Co.) sci-fi, exotica (Windowscale 2) e, secco e spietato, un certo umorismo parente – come c’era da aspettarsi – di quello dell’amico Aphex (Smedley’s Melody). Altra caratteristica di Tom è quella di non confezionare album a tema bensì farsi attraversare da cicli di sperimentazione che durano più produzioni. Minutaggi che sarebbero decisamente da asciugare, ma in linea con un atteggiamento, per l’appunto, da jazzista.

Sempre in quell’anno, il nostro completa con due produzioni piuttosto solari e dal taglio space jazz, Bubble And Squeak e lo split Dragon Disk 2 assieme a Nigel Smith ovvero Dunderhead su Worm Interface, più vicino alla jazz house.

Time Warp

Accanto a Bubble And Squeak e Dragon Disk 2,  del 1996 è anche Port Rhombus (Warp, 1996, 7.3), un compatto eppì tra idm e drumming scientifico che segna l’ingresso del jazzista nella prestigiosa scuderia Warp, un solido antipasto di un lavoro sulla lunga distanza che si dovrà confrontare sia con un’attenzione crescente nei suoi confronti, sia con l’ultimo lavoro di Aphex Twin: quel famoso Richard D. James Album che segna una fondamentale svolta avant-junglista per lui, anche in termini di popolarità e idolatria.

Così nel 1997 Squarepusher non può sbagliare un sample e risponde con Hard Normal Daddy, un masterpiece di accelerazioni e distensioni ritmiche, avant jazz e hard funk. Un lavoro che rispetto all’esordio per Rephlex porta l’intuizione jazz a un nuovo livello: con il gioco sornione sulla blaxploitation, gli stacchetti televisivi dell’opener Coopers World e le super mosse di karate di Chin Hippy, Tom sembra voler dire “non c’è niente di serio qui”. Ma è questo il bello, sotto i baffi si nasconde una ricetta tutt’altro che facile alla quale, oltre alla impro (Papalon) s’aggiungono elementi fondamentali come la forza impattante del rock (E8 Boogie, Rustic Raver), la complessità del prog (Male Pill Part 13), lo spessore e i riflessi psych della tarda Canterbury, stoccate robo-funk (Fat Controller) e una buona regia che alterna furia a decompressione. Jenkinson non cerca di dipingersi come compositore o songwriter come l’amico Richard D. James ma sicuramente questi due album, usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno più punti di contatto sia sul lato della narrazione idm-tronica in pieno stile 97 (Beep Street) sia nei vezzi alla Vivaldi remissato Phillip Glass che li accomunano in Anirog D9.

Immortalato dalla famosa copertina con la foto della sua Chelmsford e gli sprites danzanti Commodore VIC-20 style, Hard Normal Daddy (Warp, 1997, 8.0) è dunque già un classico. Il pubblico gli preferià il successivo Music Is Rotted One Note per ragioni puramente romantiche (e lo vedremo), ma prima Squarepusher ha ancora un paio di cartucce da sparare: un trascurabile singlo (Vic Acid) con quattro mix e un altro album (benché mini) che sarebbe delittuoso considerare minore: Big Loada (Warp, 1997, 7.5). Rovistando nei più torbidi meandri del ragga hardstep (Full Rinse), della videogame music (A Journey To Reedham (7am mix)) e della jungle ‘mental’ del giro Rephlex / Planet Mu, il disco risulta un ritorno in grande forma all’elettronica pura da breakbeat continuum, aprendo definitivamente le porte al breakcore (Come On My Selector con il clip di Chris Cunningham). Una liberatoria immersione elettro prima della grande infornata jazzistica.

Virtual jazz ensemble

“I personally couldn’t care less about people borrowing ideas as I really don’t have any sense of owning them in the first place”.
(nostra intervista, 2012)

Calato nei primi 70s del Miles Davis di Get Up With It e On the Corner (ma anche nell’ultimo John Coltrane), cautamente avanguardista in senso novecentesco (strumenti e macchine che ricordano le sperimentazioni di Marino Zuccheri allo Studio di Fonologia milanese), l’acclamato Music Is Rotted One Note (Warp, 1998, 7.0), trattiene ogni riferimento alla musica elettronica ‘giovanile’ per tentare ambiziosamente di scrivere un lavoro ‘maturo’ e per nulla ironico.

Tom imposta il disco sia come un omaggio a un’epoca e ai suoi protagonisti, sia come una studiata operazione retro-modernista: limita gli interventi alle macchine a tocchi da audiofilo – la frusta trattenuta sugli snares, il modo di suonare la batteria quasi-junglista, alcuni filtraggi robotici, certe amplificazioni particolari del basso –  e si cimenta in tutti gli strumenti coinvolti – basso, chitarra, hammond e altre tastiere, batterie – esercitando così il doppio ruolo di producer e virtual one man band. Non solo, per la prima volta entra di soppiatto nel mondo dell’elettronica del dopoguerra accademico europeo (Berio, Maderna, Stockhausen, etc.), utilizzando modulazioni ad anello, filtri, diavolerie dal gusto pseudoanalogico e infilandole nel consueto flusso di saliscendi ritmico-arrangiativi con un gusto alle volte ottimo e alle volte troppo vicino a simulazioni dada fuori contesto. Un suono che comunque risolve l’impasse improvvisativo e contribuisce ad incastrare le tessere del puzzle in modo coerente.

Si parte con un funk-psych che trasuda passione fusion nel dittico iniziale Chunk-s e Don’t Go Plastic (con echi tastieristici di Herbie Hancock), s’accarezza il Miles introspettivo magari travisandolo prog alla maniera dei Soft Machine (Dust Switch), ci si butta in savane Coltrane (137 (Rinse)) magari in crescendo e architetture orchestrate e orchestrali (III Descent), si adottano inframezzi free à la Ayler (Drunken Style),  finendo poi in un avvicendarsi di cosmica e contemporanea (Curve 1, Parallelogram Bin, Ruin, Step 1) o jazz rock (Theme From The Vertical Hold). Unici fuori programma, una “folk song”  (My Sound) o il cupo finale orwelliano per pelli e theremin Llast Ap Roach.

A tutt’oggi l’album più famoso di Squarepusher, Music Is Rotted One Note è in realtà un lavoro frammentario, abilissimo nel farsi ammirare, ottimo a livello di produzione, ma incapace di portare il jazz oltre sé stesso o anche semplicemente di vivere la jam e portarla a cifra stilistica. Eppure l’operazione non è da stigmatizzare: rappresenta il primo e solido tentativo d’escapismo dalla cultura elettronica della sua generazione da parte di un musicista che a differenza di molti ‘intelligent’ suona dal vivo e tocca corde e strumenti con mano. E’ questa affinità anti-plastica e anti pre-set che lo avvicina ad un pubblico eterogeneo garantendogli sia libertà di movimento da parte della fida Warp, sia la sopravvivenza artistica.

Lo stesso anno di Music Is Rotted One Note, Tom esce anche sotto l’alias techno rave Chaos AD tornando sul luogo del delitto degli album a suo nome con un setting ritmico calibrato al bit. Buzz Caner (Rephlex, 1998, 7.0) è un buon lavoro di revisionismo ritmico (Thin Life risposta alla famosa Didgeridoo di Aphex Twin?), una parentesi prima di dar sfogo agli ultimi scampoli di suonato jazz attraverso tre lavori sulla breve distanza che riavvolgeranno il nastro su ridde elettromaniache.

Il primo, Budakhan Mindphone (1999, 5.0), è una raccolta per completisti che ne rappresenta l’ideale corollario (o meglio le session mancate), il secondo, Maximum Priest EP, ha il pregio di riportare il sorriso a Tom con alcune gag mortuarie (1999, 6.5); Selection Sixteen (Warp, 1999, 6.8) infine, con i suoi 45 minuti, è un album a tutti gli effetti che lo fa entrare di nuovo e a pieno titolo nei ranghi elettronici del continuum breakbeat. Con gli Autechre in procinto di abbandonare le figure ritmiche prevedibili, Squarepusher si fa pallottola di precisione, acida e metallica (Square Rave, Schizm Track #1), salvo concedersi al solito qualche poesia electro (Tomorrow World) e, novità, cimentarsi in quanti più generi e stili possibili: spettralismi da accademia francese (The Eye), sampledelia post-rock che richiama in causa i Tortoise (Cool Veil) tagliati con le visioni di Richard D. James (Time Borb), standard acid Warp (Dedicated Loop), smascellate technoidi (Snake Pass), una manciata di session slap sotto forma di brevi interludi (Freeway, Yo), reprise di cacofonie (8 Bit Mix 2) e l’ospitata del fratello oltranzista (Ceephax Mix) le cui voglie acide aleggiano un po’ in tutta la tracklist.

Hot Car Licker

Il passaggio agli anni 2000 per la scena elettronica è un momento delicato. La scena jungle è una faccenda per nostalgici, i nuovi hipster londinesi sniffano coca ascoltando il 2 step, l’underground hip-hop londinese macina rime urbane (l’UK Garage, il nascente fenomeno The Streets), il glitch ampiamente assimilato (e già in china) impone texture elettroniche a forte tasso di contaminazione e crossover tra i generi (Microhouse, Techno concreta vedi Matmos…) e le forti accelerazioni e in generale tutto il post-modernismo, dalla visibilità nei 90s, tornano ad essere una faccenda da nicchie.

A partire dal 1997 la Ambush Records di Toby Reynolds (DJ Scud) e Jason Skeet (Aphasic), la Bloody Fist di Mark Newlands e la Planet Mu dell’amico di James Mike Paradinas (a rimorchio), capitalizzano la rivoluzione drill’n’bass e spingono per le mutazioni genetiche. Il tag breakcore inizia a girare e non ci vorrà molto, con il canadese Venetian Snares e alcuni dei protagonisti della brulicante scena californiana raccolta attorno alla label Tigerbeat6 (Lesser, Blectum From Blechdom e lo stesso owner Kid606), perché cominci a svilupparsi un circuito internazionale specializzato.

Tra drill di Aphex Twin e Squarepusher e la nascente scena breakcore, c’è senz’altro un cambiamento ideologico importante: pur con iniezioni letali di futurismo, l’approccio dei primi mantiene sottesa un’idea romantica dell’artista che la nuova truppa di velocisti, fondata su anarchia (mash-up furente) e luddismo (amore per il noise), scansa totalmente. Alla scientifica parcellizzazione e scomposizione del continuum dance britannico, i breakcorer, malati di patchwork e crossover, si rifanno alla primigenia Digital hardcore di Alec Empire (il primo breakcorer secondo molti) fagocitando tutto ciò che può suonare estremo e sabotante: naturale la combutta con metal, suoni concreti, sabotaggi di Roland e passi dell’oca gabber.

Tra le disquisizioni sul primo Tom Jenkinson presenti su Discogs è interessante notare come anche le prime produzioni del musicista, per alcuni fan, non siano mai catalogabili come gabber (anche se obiettivamente è chiaro che per quella china il passo è brevissimo); i breakcorer, al contrario, non vedono l’ora di venir spiazzati con nuove scorie soniche. Non è un segreto che questo ritorno a un rinnovato spirito punk sia visto all’epoca come una ventata propositiva rispetto all’irregimentata produzione anglosassone e non è un caso che Drukqs, la monumentale raccolta di trapani e inframezzi di piano preparato firmata Aphex Twin nel 2001, assuma a tutti gli effetti i connotati della fine di un’epoca o di un cambio di visuale.

Squarepusher, beffardo e impermeabile alle mode (ma non del tutto indifferente ad esse), ne è consapevole e pensa a sua volta allo iato. Lo stesso anno pubblica Go Plastic (Warp, 2001, 7.5), il gemello cattivo di Music Is Rotted One Note che conteneva giustappunto la traccia Don’t Go Plastic, nonché l’album con gli episodi più estremi – leggi con il più alto tasso di sample per secondo – mai incisi finora. L’album si apre con uno scherzetto, My Red Hot Car, una presa in giro del 2 step, una sorta di tardiva (e non altrettanto spettacolare) risposta a Windowlicker di James, nonché il primo (unico?) quasi singolo del nostro. Ancora una volta il dialogo con l’Irlandese è a metà tra la sfida e l’omaggio: dove lui si prendeva gioco del mainstream americano, Tom prende di mira la moda brit del momento tradendone e complicandone il verbo.

Il Go Plastic vero è un altro, è un lavoro che cerca continuamente di smarcasi brano dopo brano, frammento dopo frammento, fino alle vette di ferocia electro più estreme (Greenways Trajectory). Nel percorso c’è del sublime: il dub electro schizoide Go Spastic ma anche in uno statement definitivo come My fucking sound e tutta una serie di piccole maniglie di salvataggio – riconoscibili pieghe funk, gigionate 8 bit (Boneville Occident), carezzevoli sinfonie altezza Richard D. James album  (I Wish You Could Talk), hip hop (Plaistow Flex Out) o dub / 2 step (l’inizio e il finale di The Exploding Psychology) – che non sono altro che crudeli tranelli per rendere ancor più efficace la detonazione e l’inevitabile sfacello sonico.

Go Plastic è – e rimane – il disco hard-tronico per eccellenza nella discografia squarepusheriana, quello che meglio d’ogni altro fa brillare la componente ragga del tessuto junglista, in pratica, secondo l’interpretazione di Reynolds, questo è il disco breakcore secondo Jekninson, ma anche il miglior seguito agli esperimenti di jazz-cubista di Hard Normal Daddy. Di fatto l’unico trait d’union possibile è rintracciabile proprio tra le pieghe di una spettacolare sample-mania ritmica, ultraveloce e ultradettagliata, operata sulla fascia più nera e clubbista della jungle. Una sorta di botto osservato a molteplici velocità, proprio come un bel film di Guy Ritchie. Un difetto: probabilmente il non aver dosato lo humor a tutto tondo dell’insuperato capolavoro (e proprio partendo da questo grimaldello, Venetian Snares lo supererà).

Al nadir della drill’n’bass, e per tutti i motivi ora elencati, l’album è comunque riuscito e un successo a livello di audience. Tom diventa una star – anzi, una rockstar – che al contrario della stragrande maggioranza dei colleghi elettronici può vantare un pubblico trasversale, forse microgenerazionale, proprio come quello degli Atari Teenage Riot. Non è un caso che le tournée seguenti lo vedano, gasato e testosteronico, comportarsi come tale. Ne troviamo le testimonianze in quel misto di genialità e di tronfia indulgenza che sono i lavori successivi spalmati in tre anni: Alive in Japan (Warp, 2002, 6.5), cd allegato all’album a firma Squarepusher, Do You Know Squarepusher, e Ultravisitor (Warp, 2004, 5.0), un inedito lavoro registrato senza soluzione di continuità tra studio e live recording.

Do You know him?

“One of the more basic approaches to album compilation I have used is to order pieces in such a way that they are always differentiated by the pieces they are preceded and succeeded by. I have hoped that this basic tactic would help me along the way to keeping the listener alert and attentive.”
(Tom Jenkinson all’intervista collettiva per il BBC website)

Ma veniamo al primo dei due, Do You Know Squarepusher (Warp, 2002, 7.3), titolo falsamente retorico, presa di posizione contro chi lo vuole già pronto per i libri di storia. In 33 minuti, il rinnovato Squarepusher, a partire dalla track omonima, rivisita – e questa volta entrando nel merito – la 2 step, codifica l’hip hop dell’UK Garage (F-Train), esamina l’ostica electro dei compagni d’etichetta Autechre (Kill Robok, Mutilation Colony – ricordiamoci che Gantz Graf è dello stesso anno). E naturalmente, come d’abitudine, riprende i dada ragga-step della prova precedente (Anstromm Feck-4) al top della forma. Ciliegina (per i fan): la cover, in one man band ovviamente, di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division.

Tanto è entusiasmante ascoltare Squarepusher improvvisare sulle macchine sulla media distanza, quanto invece è faticoso sopportarlo negli slanci chilometrici, specie dopo il bagno di folle live. Ultravisitor è il primo album con Tom Jenkinson in copertina, un primo piano naturale e non deformato alla maniera di Aphex Twin. Niente maschere, il ritratto è una fotografia in stile folksinger con tanto di basettoni. L’album, il relativo corollario. L’ironia è che il folk firmato Squarepusher è una radiografia di un cuore in preda agli attacchi di panico, con una manciata di noiosi strumentali a contorno (Lambic 9 Poetry è puro riciclaggio) che toccano territori post-rock (Tetra-Synch, Circlewave) e chitarre rinascimentali (Andrei) o spagnole (Every Day I Love).

Difficile reggere l’autoindulgenza di ottanta minuti che non prevedono sorriso alcuno e che hanno richiesto una quantità incredibile di ore di composizione. Quando Tom spinge a tavoletta pare goffamente rispondere alla rapida ascesa del breakcore (l’attacco di Steinbolt, una sorta di spasmodico free form metal, una casualità?) e il poco di buono è confinato o in retroguardie avant jungle (la titletrack soprattutto) o alla sua versione dell’hip-hop versante Dälek (50 Cycles, traccia che ha richiesto più di un mese di lavoro); allegato alla versione giapponese dell’album, Square Window (Warp, 2004, 6.8), un mini di 5 tracce in area idm lato melodico (Abacus 2, Hanningfield Window) con l’highlight Venus No. 17, traccia in electro stepping metallico tra rinnovata ironia e crescendo lineare (presente anche un omonimo ep con remix e un inedito, Tundra 4).

Virtual 70s power trio

Due anni più tardi esce Hello Everything (Warp, 2006, 6.8). Ai detrattori la tracklist sembra un best di ciò che il musicista ha sfornato nel corso degli anni, ma si sa, Tom muove piccoli passi in nuove direzioni ad ogni nuova prova lunga e questa volta la regola è “non più di una settimana per incidere un brano”. Nelle discrete Hello Meow e Bubble Life torna il concetto di one man band suggerito peraltro dalla copertina sempre in stile 70s, eppure piuttosto del solito prog e jazz-rock, l’elettro-fusion di Squarepusher si fa 80s, exotica e decisamente rilassata rispetto ai suoi standard. Theme from Sprite conferma l’approccio antitetico rispetto a Ultravisitor, con Tom che cerca nell’immaginario del session man da cocktail lounge e lo schiaffa su marte. E’ un bagno ristoratore a confermarlo: una cascata di moog e cosmica che stanno germogliando in ogni dove nell’underground mondiale (da The Arp a Expo 70). Come sempre l’impermeabile Tom in verità ci sente benissimo: Circlewave 2 riprende la chitarra flamenco, Planetarium parte junglista, entrambe s’immergono in una piscina synth-o-rama; stessa cosa i pezzi più acidi come Welcome To Europe e Plotinus. Disco ingiustamente sottovalutato e prova compatta nella discografia di un musicista che ormai sì, è faccenda per fan (che non sono pochi) e forse troppo manierista.

Altri due anni ed è la volta di Just a Souvenir (October 27, 2008, 6.0). Spunta il vocoder ad espandere il pop del precedente album (una divertente The Coathanger), tornano le chitarre flamenco (Yes-Sequiter), ma il cuore dell’album non è più una faccenda di tastiere bensì è in mano a un power trio bello e buono per chitarra, basso e batteria. Jenkinson va a parare nei King Crimson hard e (pre)math di Red e nel jazzcore e la cosa non sorprende nessuno.

Delta V e The Glass Road sono gli episodi più metallici, il resto ci dà di progghismi cervellotici neppure troppo saputelli (Planet Gear, Tensor in Green, The Glass Road) con qualche punta sbarazzina a mitigare (Potential Govaner). La china ultra manierista è per forza di cose direttamente proporzionale alle stroncature che arrivano puntuali e da più parti e Squarepusher sa benissimo di non poter continuare oltre su questi binari.

In Numbers Lucent (Warp, 2009, 7.0), un eppì di quasi 25 minuti, la mossa torna elettronica e in un momento di revivalismi Rave, il Nostro risponde puntuale con Zounds Perspex (synth pastiche di fusion, tastiere citazioniste) e un fare exotic-pop ereditato dalle ultime prove. Curioso vedere Tom cimentarsi in territori house (Paradise Garage) quando nei primi Novanta era da tutt’altra parte orientato. Intelligente il missato di tastiere che tornano protagoniste, marcature cartellino Settanta, qualche spunto disco, basso slap contenuto e i labirinti sonici godibili.

Lo stesso anno Tom si toglie l’ennesimo sfizio, Solo Electric Bass 1 (Warp, 2009, 6.0), una session limitata a 850 copie per dodici tracce incise live alla Cité de la Musique a Parigi all’interno del festival “Jazz à la Villette 2007”. Come dice il titolo, sono episodi per solo basso e amplificatore che danno pieno sfogo della versatilità jazzistiche del Nostro, in un album ovviamente compiaciuto ma nondimeno intelligente e musicalmente avvincente.

E arriviamo al 2010. Sempre all’interno degli ensemble virtuali, Jenkinson architetta il primo, vero, album pop (mascherato). Questa volta è un quartetto virtuale a suonarlo, lo Shobaleader One, con la dicitura “Squarepusher Presents” a indicarlo come side project a tutti gli effetti. Eppure il discorso per d’Demonstrator (Warp, 2010, 6.5) è il medesimo di Just a Souvenir, sia per quanto riguarda l’idea di vocoder pop qui estesa a formato base coprendo lo spettro Krafwerk, Giorgio Moroder e Daft Punk (Plug Me In, Into The Blue, il funk di ripiego di Endless Nights che si colora metal sul ritornello), sia per il recupero del metal attraverso la lezione Frippiana sopracitata nella finale Maximum Plank. Nota d’interesse per il 2012: la batteria quasi-dubstep nella popadelica Abstract Lover, insieme ad un rinnovato uso di tastiere che anticipano la svolta aggressivo/melodica che Jenkinson dichiarerà essere il pretesto sonico per la definizione di Ufabulum (Warp, 2012, 7.0 – approfondito in spazio recensioni).

The sound of a power station

“As a boy I had a Ladybird book about power stations that I used to re-read every day. I’m obsessed with electrical energy and especially in the vast quantities generated by power stations. The sound of the massive electric motor from a fairground Ferris Wheel has always stayed humming in my head and lots of my synth sounds refer to it, as they do in this piece. From there I tried to generate images of bizarre transitory phenomena that I imagined could be found in the huge furnaces of power stations.”
(Tom Jenkinson a proposito della traccia Drax 2)

Il come back electro, in convergenza parallela con il massimalismo sonico ora in voga (da Skrillex a Rustie) di Ufabulum, coincide con una ritrovata freschezza. Tom miscela prevedibili elementi di alcuni dei suoi passati più o meno remoti (electro, idm, 80s synth music e drill’n’bass) con estro e sedato gusto prog. Persino un nuovo modus operandi è stato messo in atto e ha previsto, come abbiamo appreso dall’intervista, una forte correlazione musica e immagini attraverso un software autoprodotto circa nel 2005 e in continua evoluzione da allora (il video-synthesiser). Nell’edizione speciale, al disco viene allegato un EP di tre tracce Enstrobia (Warp, 2012, 6.8) che conferma la passione altalenante per il synth-pop squadrato (Angel Integer, Panic Massive) e per l’avanguardia (40.96a dipinge visioni industriali à la Blade Runner). L’altra zampata è un live al Fort Mason 2012 dello scorso marzo che abbiamo avuto modo di gustarci grazie a una preview tramite il broadcast di Warp/Youtube. Niente basso e tutte macchine. Un casco e uno schermo. Entrambi parte dello stesso led show techno-minimale la cui parte visual sembra portare tributo a Ryoji Ikeda. Lo aspettiamo nell’unica data italiana sabato 9 giugno al MIT – Meet In Town, a Roma.

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