Recensioni

Dopo aver dato fondo a una personale retromania fatta di techno, acid, drill e braindance con la ristampa di Stereotype e, prima ancora, con l’album Dostrotime, Squarepusher si confronta con un progetto non del tutto inatteso per chi ne conosce il percorso. Kammerkonzert segna infatti la sua prima incursione esplicita nella scrittura per ensemble da camera in chiave classico-contemporanea.
A ben guardare nella sua discografia, seppur in modo laterale, i riferimenti a Berio, Maderna e Stockhausen erano già affiorati almeno da Music Is Rotted One Note, ma se allora il richiamo restava tecnico e subordinato a un discorso su jazz e fusion, qui diventa pienamente compositivo.
Tom Jenkinson come Frank Zappa? Pensiamo a The Yellow Shark, l’album in cui il compositore americano si confrontava frontalmente con la scrittura per ensemble insieme all’Ensemble Modern, trasportando la propria estetica dentro una forma rigorosamente cameristica. Edgard Varèse, del resto, sembra vegliare su entrambi i lavori.
Più nello specifico, Jenkinson suona basso elettrico, chitarra e batteria, impiegando anche una chitarra MIDI per attivare complessi materiali orchestrali, e qui il richiamo, più specificatamente, è all’uso del Synclavier e a lavori zappiani come Jazz from Hell e Civilization Phaze III. L’accento pertanto è posto sull’architettura armonica più che sul ritmo, che dal passato riaffiora comunque e, a tratti, come residuo.
Dinamiche lente e improvvise accelerazioni, contrappunti e sviluppi tematici rimandano, di primo acchito, più a Anton Webern e Igor Stravinskij (K11 Tideway) che al massimalismo elettronico per cui il producer è noto. Composizioni guidate da chitarra (K8 Park), basso (K2 Central), pianoforte preparato (K1 Advance), fiati (K3 Diligence), archi (K4 Fairlands), pianoforte (K5 Fremantle), clavicembalo (K7 Museum) e organo (K14 Welbeck) attraversano barocchismi, romanticismi, impressionismi ed espressionismi, lambendo talvolta dodecafonia e serialismo. In K10 Terminus riaffiora più esplicitamente un’improvvisazione jazzistica su basi drum’n’bass, così come in K4 Fairlands riemergono i breakbeat; in K2 Central il basso funk si apre a una fusion anni Settanta à la Jaco Pastorius su ritmiche spezzate dei primi dischi, mentre in K9 Reliance lo stesso impianto si piega a un immaginario noir dai riflessi blaxploitation.
Si sarà capito: c’è più continuità che reinvenzione. L’ensemble finisce per diventare un travestimento e, con l’ascolto, emerge come la composizione si esaurisca spesso nel gesto che l’ha generata. Se è senz’altro affascinante tornare a essere spiazzati — come non accadeva dai tempi di Music Is Rotted One Note — è poi la musica a dover restare. E quella di Kammerkonzert sembra coincidere più con la sfida che l’autore si è posto che con una reale trasformazione del suo linguaggio.
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