Recensioni

Quattro anni fa scrivendo di And Nothing Hurt, ottavo album in studio targato Spiritualized, raccontavamo di come tutto sembrasse almeno all’inizio ritornare a quell’opera magna che è l’ormai proverbiale Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space. Scrivendo oggi di Everything Was Beautiful, nono album di studio targato Spiritualized, il discorso sembra non essersi spostato di una virgola. Anzi, sembra – addirittura – tornato indietro di mezza riga: già, perché il titolo del nuovo disco va a completare la citazione dal romanzo Slaughterhouse-Five (in italiano, Mattatoio n. 5) di Kurt Vonnegut, «everything was beautiful and nothing hurt», che aveva già battezzato il predecessore del 2018.
Parte l’album ed ecco una voce che in mezzo agli effetti sonori di un altro mondo possibile – ed è un mondo che esiste solo nella testa di Jason “J Spaceman” Pierce, ed è la voce della figlia di Jason Pierce – recita il titolo del nuovo album: «everything was beautiful». Aspetta un attimo, dov’è che l’avevamo già sentita questa cosa… proviamo a indovinare… Basta una data: il 1997… E poi c’è… non la confezione-bugiardino, ma la copertina con la confezione di un farmaco aperta e spianata, e lì alziamo le mani. Non è autoreferenziale, di più.
Il problema – chiamalo problema – è che tocca arrendersi allegramente due volte. All’eterno ritorno del pop visionario di Jason Pierce, e a Always Together With You, un nome che è già un programma e che potrebbe essere il titolo di questa recensione. Una canzone – che, ricordiamo, nasce da un vecchio demo rivisitato – talmente deliziosa nei suoi eccessi che lascia di stucco, di quelle un po’ guilty pleasure e per questo ancora più irresistibili. Una melodia-filastrocca in un brodo di giuggiole che ha il sapore delle Ronettes dei Beach Boys dei Beatles ma anche dei Red Crayola. Un cioccolatino ultrapop che ha la scioglievolezza di quelli che si regalano a San Valentino (e versi giusto un po’ più surreali di quelli che potreste leggere sui bigliettini) ma con un cuore di funghi allucinogeni che vi salverà dal diabete e vi darà dei positivissimi effetti collaterali – a base di rumore e di una coda finale che ci piace definire fuga iperpsichedelica. Gli altri pezzi non sono da meno. Sono soltanto sei (sette in tutto quindi), ma vale sempre il principio che è meglio pochi ma buoni. In questo caso, anche molto buoni.
Ci rendiamo conto, rileggendoci, che oltre a clonare la definizione un po’ naïf di “canzone-tutto-trascendentale-ma-melodica” potremmo fare taglia incolla con altre puntualizzazioni dell’altra recensione, tanto Pierce è deliziosamente sempre fedele a se stesso e alle sue tante anime – che in fondo sono una sola divisa tra mille sfumature survoltate – di corriere cosmico, soulman, addirittura gospelsinger, cantautore romantico, rocker dal rumorosissimo terzo occhio, sonico e lisergico…. Tutto qui? Forse, ma le invenzioni targate Spiritualized sono come al solito talmente abbacinanti che si finisce sempre per lasciarsi trascinare, un po’ estatici e un po’ estasiati. I brani rock hanno il tipico andamento metronomico – kraut-steady – che ti aggancia alla ripetizione infinita di quel ritmico uno-due, al suo pulsare elettrico e ostinato, mentre le dinamiche del pezzo procedono a ondate, come nel sinuoso boogie di Best Thing You Never Had, dove la fanfara di fati aggiunge cromati sapori r&b, o si avvolgono in mille spirali a salire lungo il tracciato di un climax che parte, continua, riprende e poi continua ancora – con la melodia in perpetuo loop di Mainline –, ti fa levitare insieme a lui. È l’elogio della reiterazione e del suo naturale (qui) compagno, il climax, appunto, il crescendo di intensità con cui va quasi sempre a braccetto, mano nella mano, occhi negli occhi, specchio delle brame di psichedelico assoluto pop (e rock). Trame musicali che conservano qualcosa di meravigliosamente circolare e ipnotico anche quando la partitura prevede delle vere e proprie impennate dopo un inizio liquido e in sordina, come avviene in Let It Bleed (For Iggy), o dà sfogo alla voglia tranquilla di melodia (Crazy, tra country e gospel); trance psichedelica che si lega però anche a un tema trionfale che lievita, lievita e lievita ancora – quello di The A Song (Laid in Your Arms). L’avvitamento cadenzato intorno a una frase ostinata riguarda anche il pezzo finale, I’m Coming Home Again: da un blues-rock dai toni dark il brano vira, nei suoi avvolgenti dieci minuti, verso un mantrico gospel-rock-jazz. Nessun copia-incolla, però, solo la firma di un musicista che non avrebbe più niente da dimostrare ma qualcosa, per fortuna, lo dimostra sempre.
Everything Was Beautiful potrebbe essere il completamento ideale, quattro anni dopo, di quel doppio album che l’ex Spacemen 3 aveva in mente ai tempi di And Nothing Hurt. Rispetto al lavoro precedente, che era stato tutto fatto in cameretta al computer, Jason Pierce ha avuto modo di sbizzarrirsi molto di più, di lavorare in studi diversi e di collaborare con una trentina di musicisti per comporre quel tripudio strumentale che si ascolta nelle tracce finite – che al di là del gran lavoro di arrangiamento, pure hanno dalla loro una certa immediatezza, che conquista sin dai primi ascolti. La musica di mister Pierce, ormai lo sappiamo bene, è questa, dream rock che galleggia nel tempo e nello spazio, in un iperuranio di citazioni, riferimenti e ispirazioni, e di tutti gli elementi a lui cari ogni volta disposti con cura e ogni volta in procinto di riaggregarsi seguendo schemi familiari ma, sorprendentemente, sempre freschi.
Anche questo lo avevamo già scritto prima: è un altro disco di maniera, Everything Was Beautiful. La sua maniera. Che è anche il modo di vivere la musica, non solo di farla, di un personaggio che occorre tenersi stretto – in virtù del magnifico pop visionario con cui continua a cullare i propri sogni musicali di psichedelica grandeur. Sogni realizzati su disco, anche stavolta.
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