Recensioni

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Scopriamo subito le carte: è sempre più anacronistico qualificare qualcosa come “derivativo”. Facciamo ammenda in anticipo: l’aggettivo in questione è spesso abusato anche da queste parti, perché in effetti aiuta a fornire le coordinate spazio-temporali entro cui collocare un fenomeno. Eppure, c’è un dato sempre più macroscopico che non può più essere taciuto: la derivazione – più o meno consapevole, furbetta o paracula, più o meno scoperta, più o meno spudorata – è sottesa alla gran parte della produzione che ci passa per le mani in questo tempo bastardo.

Non è solo un fatto di marketing, dolosamente orientato a vendere qualche streaming in più attingendo a fonti di sicura presa sull’audience di riferimento, ma è anche e soprattutto un fenomeno culturale. Sarà colpa di quello che, parafrasando e decontestualizzando Federica Garcia Lorca, potremmo chiamare il “fatale sentimento di essere nati tardi”, ma la verità è che in atto un fenomeno generazionale abbastanza evidente di fuga nel passato.

Evitando d’immischiarci nell’annosa quanto complessissima questione in merito a cosa sia in grado di offrirci d’inedito il tempo musicale che stiamo vivendo (una questione astrattamente valida per qualunque tempo, anche andando a ritroso – e allora lì vorremmo fare una seduta spiritica collettiva ed evocare Mark Fischer per darci una mano a imbastire un intricatissimo dibattito musico-sociologico), semplifichiamo e arriviamo al dunque: gli Speedy Ortiz.

Nati nel 2011 dalla mente di Sadie Dupuis in quel di Northampton, si strutturano da subito con accentuate velleità power-pop in stile Nineties, sulla scia edulcorata di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., ma soprattutto The Breeders. Diremo di più: è come se la band fosse stata assemblata con l’intento deliberato di fare da spalla a Kim Deal (cosa che peraltro si è avverata, come da manuale), o comunque con l’obiettivo di partecipare a un qualche rito collettivo di nostalgia anni ’90 ogni qualvolta se ne fosse presentata l’opportunità. A cinque anni di distanza dall’ultimo Twerp Verse (che pure non aveva mancato di suscitare entusiasmi), è ancora così. Nulla di male, se non fosse che l’assenza della ruvidezza, dell’ironia e dell’incisività necessarie a rendere effettivamente credibile il revival, abbinata al continuo indulgere in ammiccamenti oltremisura pop, fa sì che l’operazione continui a risultarci un po’ monca e scarsamente convincente.

L’apertura di Rabbit Rabbit, affidata a Kim Cattral (dal nome dell’attrice che recita il ruolo di Samantha in Sex And the City), pare uscito da un Last Splash nato dalla mente di Taylor Swift. Il brano che segue, You So2, riporta alla mente l’indimenticata Avril Lavigne. Questo per dire che c’è qualcosa di veramente troppo stucchevole nella prova vocale della Dupuis, ed è una sensazione ricorrente. Peccato davvero, perché alcuni brani hanno un buon tiro e presentano delle potenzialità non del tutto espresse: Who’s Afraid of the Bath, tanto per citare un esempio. Il demerito va in pari misura, ci sembra, alle scelte di produzione di Sarah Tudzin degli Illuminati Hotties, ma anche (e forse soprattutto) alla già citata intenzione della band di abbinare il citazionismo insito nel proprio DNA (Ranch vs. Ranch riesce a spingersi fino ai Garbage – reference fino ad ora inedita) alla sistematica resa alle lusinghe del pop.

Gli Speedy Ortiz continuano a fare dischi “carini”, e l’aggettivo “carino” è quanto di più distante alla tradizione entro cui vorrebbero inscriversi. Ciò li condanna a una subalternità che è già implicita per una banale quanto ovvia questione generazionale, ma che ha l’aggravante di non tentare nemmeno lontanamente di fare un piccolo sforzo e affrancarsi dalle madri o dai padri (o dagli zii putativi – forse ci piace di più) che li hanno preceduti: per dire qualcosa di nuovo e di diverso, per poter aggiungere anche solo un piccolo, minuscolo tassello a quanto abbiamo già visto, sentito e persino metabolizzato (più o meno). Il tutto con un fondamentale monito sottotraccia: gli Speedy Ortiz, con il loro storytelling infarcito di Taylor Swift e Sex And The City, ci mostrano, una volta di più, che gli anni ’90 stanno bene dove stanno. Lasciamolì lì.

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