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Insolito e irregolare anche nelle sue uscite più (ehm) regolari, tra post-rock personale, cinematografie immaginarie, excursus stellari e quant’altro, stavolta Paolo Spaccamonti unisce le forze e una parte del nome con Stefano “Fano” Roman. Spa(ccamonti) da un lato alle chitarre e (Fa)no dall’altra ad elettronica e beats, giungono alla quadra della crasi e “spanano” il post-rock del primo, macrodefinizione che è grossomodo la stella polare del torinese, e l’hip hop di cui il secondo è produttore ed esecutore.

Ne esce Spano, nomen omen che prende dell’uno e dell’altro e mischia, friziona, amalgama e restituisce una mezzora varia e sospesa tra immaginari filmici e, parola dei nostri, “hip hop psichedelico”, tra flow afono e una sorta di trip-hop futuristico e in divenire. Un esempio? Beh, i due minuti e mezzo di A.S.E.E. sono una sorta di pastone strumentale che prende certo ciondolare made in Cypress Hill e ci piazza sopra e sotto una glassa intrippante da sci-fi dei 50s anche un po’ inquietante e una ritmica da b-(crossover)-boy dei tempi che furono di Judgement Night. Un canovaccio che si ripete nella conclusiva Anaconda, un lento sinusoidale abbraccio della morte che spinge le atmosfere ancor più sul versante grigio-distopico, senza però che questo, il canovaccio, nell’eventuale ripetizione infici la bontà e la varietà di un album che ha molte direzioni diverse da affrontare: l’apertura so(u)lare e molto chill di Sheep è esemplare di questo procedere ed è anche la dimostrazione di come un certo underground sappia giocare benissimo al tavolo dei “grandi”, non senza sfigurare ma anzi mostrando come si fa.

Insomma, esperienza breve ma intensa e non mera somma delle parti in causa, Spano è l’eclettismo senza barriere che si fa disco e ci fa sempre ben sperare per questo nostro caro underground.

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