Recensioni

Viviamo in un’epoca culturalmente necrofila. Non creiamo più, preferiamo rianimare, rifare. È l’epoca dei remake dei remake, del tour di reunion che nessuno aveva chiesto. L’originalità è un cadavere su cui tutti ballano, fingendo di non sentirne la puzza. In questo panorama desolante, i londinesi Sorry arrivano al terzo album sull’onda lunga del rock chitarristico di Porridge Radio, Black Midi, Black Country, New Road e Squid. Il rischio è quello di essere l‘ennesima band. Il risultato, invece, è un mix di brani semi-jazz, echi 80s e totale imprevedibilità. Insomma, invece di fingersi eroi salvatori di qualsiasi forma d’autore, i Sorry fanno forse l’unica cosa onesta possibile: rielaborano e ammettono il saccheggio.
E infatti, il loro nuovo lavoro si chiama Cosplay, che – secondo la Treccani – significa “la moda di indossare i costumi di personaggi dei film, dei fumetti e dei cartoni animati preferiti”. Asha Lorenz e Louis O’Bryen, duo centrale del progetto, da una parte prendono il pop educato anni Ottanta e lo trasformano in un rituale darkwave, dall’altra innestano l’approccio sgangherato di certo indie-rock lo.fi in una spirale d’ansia post-punk.
D’altronde non sono i primi a capire che è impossibile uscire dalla stagnazione inventando qualcosa di nuovo, sarebbe preferibile mutare il vecchio fino a renderlo irriconoscibile, inquietante, attuale. Cosplay, quindi, senza direttamente omaggiare il passato, compie un piccolo atto di vandalismo colto.
Se i loro primi lavori documentavano il sudiciume delle notti londinesi, rimanendo forse un po’ troppo ancorati a certi modelli, questo terzo album si sposta in un territorio più sinistro: l’inquietudine spettrale, lo spleen urbano, l’eterno ritorno digitale.
In quest’ottica, l’apertura, Echoes, è l’esca perfetta: parte come una ninnananna sognante che odora di Blonde Redhead o di Metronomy, per poi collassare metodicamente in una distorsione spettinante. Suona come la promessa che nulla, in questo disco, sarà agevole o remotamente canticchiabile.
Waxwing è il cuore concettuale del disco. Sotto i synth glaciali, degni di un cinematico John Carpenter, la band interpola l’iconico testo di Mickey di Toni Basil. Il risultato è terrificante: trasforma il simbolo della cheerleader-pop degli anni ’80 in un rituale psicodramma. È “cosplay” al suo massimo livello, e il video ne è la prova: un’allucinazione inquietante e dal taglio lynchano in cui i guanti (il cosplayer) di Mickey Mouse appaiono come reperti sinistri, a sottolineare l’omicidio sonoro e tematico di tutta l’operazione.
La strategia continua altrove. Jetplane campiona un brano di culto lo-fi dei Guided By Voices (Hot Freaks) e lo annega in una propulsione nevrotica, trasformando la sciatteria lo-fi in un’urgenza paranoica e metronomica. Love Posture sembra avere il DNA dei Cure dell’era Pornography, mentre Life In This Body quello dei Blur del brano Out of Time, ma l’orchestrazione generale dei pezzi serve a svuotare l’ambiente, lasciando solo un’intimità scabra e sgradevole.
Anche quando sembrano giocare facile, i Sorry stanno barando. Today Might Be The Hit suona come il fantasma dell’indie d’antan (si pensi agli Strokes o ai primi Arctic Monkeys), ma – anche qui – è solo apparenza. Il pezzo usa la struttura più banale dell’indie-rock (batteria ovattata, voce sussurrata, piccoli lick di chitarra elettrica) per nascondere riflessioni sull’entropia e la fisica teorica. È il cosplay dell’indie-rock, svuotato e riempito di un’intelligenza tagliente.
Cosplay è un disco che rifiuta baricentri. Proprio quando si pensa di aver afferrato una melodia, un riferimento, la band la sfiletta. Non è un album “bello” nel senso classico. È un lavoro spietato, che documenta il nostro essere prodotti di un collage vertiginoso, condannati a imitare ciò che è già esistito. I Sorry ci mostrano i vestiti nuovi dell’imperatore, e lo fanno con uno stile così ficcante e perverso da risultare, in fin dei conti, assolutamente originali.
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